Fin dal suo esordio, Industry ha fatto una scelta precisa: raccontare il mondo della finanza dal punto di vista dei più giovani, di chi entra nel sistema senza potere, senza status, senza protezioni. Cinque neolaureati che devono farsi strada in Pierpoint, una delle banche londinesi più ambite e competitive.
Una decisione che nasce dagli showrunner Mickey Down e Konrad Kay, che abbiamo incontrato dal vivo durante il junket per il lancio di HBO Max. Hanno così avuto modo di raccontarci il processo creativo e gli obiettivi che si erano prefissati, oltre a quello che lo show può raccontare sulla società di oggi.
Dietro le quinte di Industry coi creatori Mickey Down e Konrad Kay
La scelta di mettere al centro le nuove generazioni nasce dal desiderio di ringiovanire un genere e allo stesso tempo di spogliarlo della sua retorica. "Non l'avevamo mai visto raccontato dal punto di vista delle persone con meno potere. Quando entri in quel mondo sei passivo, e le cose che ti interessano sono piccole ma universali: piaccio al mio capo? Sto facendo la cosa giusta?" ci spiega Mickey Down.
Dietro il linguaggio della finanza, la serie parla infatti di qualcosa di molto più riconoscibile: il primo lavoro, l'ambizione, la paura di fallire, il bisogno di essere visti. È un financial drama che funziona come uno spaccato generazionale, dove i protagonisti sono "specializzandi" del capitalismo contemporaneo.
Un elemento centrale è infatti l'età dei protagonisti. La giovinezza non è solo un dato anagrafico, ma una condizione emotiva e morale: "Se sei più giovane, hai ancora sogni e speranze, non sei già corrotto", concordano Down e Konrad Kay. Ed è qui che la serie intercetta una generazione che vive il successo come promessa di guarigione: ottenere status e denaro come soluzione a un vuoto interiore.
Denuncia sociale: era questo l'obiettivo degli showrunner?
Nel corso delle stagioni, Industry ha mostrato sessismo, nonnismo, dinamiche tossiche e rapporti di potere estremi. La denuncia sociale non era però il fine ultimo della scrittura, come ci raccontano i due creatori: "Non abbiamo mai avuto l'intenzione di denunciare o di celebrare. Volevamo realizzare la versione più avvincente e divertente di questa storia", chiarisce Kay.
Ogni forma di moralismo - raccontano - sarebbe stata controproducente. Una condanna diretta del capitalismo avrebbe reso impossibile empatizzare con i personaggi secondo Down: "Se li avessimo considerati subito parte del sistema e intrinsecamente malvagi, non si sarebbe potuto fare il tifo per loro".
E poi aggiunge: "Abbiamo cercato di mostrarlo in modo autentico, lasciando che il pubblico proiettasse i propri giudizi. È per questo che alcuni vedono una denuncia e altri una celebrazione. Ci è capitato anche nella writers room quando arrivavano nuovi sceneggiatori". È proprio questa zona grigia a rendere lo show un prodotto profondamente contemporaneo: non dice allo spettatore cosa pensare, ma lo costringe a interrogarsi.
Questione di identità: cosa ci dice la serie sui personaggi e sul mondo di oggi?
Uno dei temi più forti della serie, soprattutto nelle stagioni più recenti, è quello dell'identità. Secondo Down, i personaggi di -Industry cercano inizialmente di annullare se stessi per adattarsi all'istituzione. "Si spogliano del loro background, del loro genere, della loro etnia. Cercano di indossare l'armatura dell'azienda e di lasciarsi plasmare da essa".
Quando quell'istituzione viene meno, lascia una domanda inevitabile: 'Chi sei, se non sei più ciò che il sistema voleva che fossi?' Non a caso, la quarta stagione diventa la più introspettiva, concentrata sul "dopo". Secondo il duo, si potrebbe riassumere con una domanda: "Hanno voluto arrivare in cima a qualunque costo. Ma ora che sono al top, qual è il passo successivo? Hanno tutto, e adesso?"
A questo proposito Kay parla apertamente dell'apparente delusione all'arrivo in cima: "Tutti pensano che raggiungere status e denaro guarirà qualcosa dentro di loro. Arrivano a quel Nirvana... e scoprono che significa cose molto diverse, o forse non significa nulla". Industry è uno specchio della condizione umana: il mondo della finanza è transazionale, l'ambizione diventa linguaggio emotivo e il successo è una promessa che si sposta sempre un passo più in là, non rendendoci mai appagati e soddisfatti per davvero.