Il buco, recensione: su Netflix la distopia viene mangiando

Recensione de Il buco, film di fantascienza presentato il concorso al Torino Film Festival 2019 e disponibile su Netflix.

RECENSIONE di 20/03/2020
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The Platform: una sequenza del film

Scrivere la recensione de Il buco (in inglese The Platform, mentre l'originale spagnolo El hoyo si avvicina di più alla traduzione italiana) significa ritornare indietro, con la mente, al novembre del 2019. È in tale occasione che abbiamo scoperto il film, primo lungometraggio del regista Galder Gaztelu-Urrutia, all'interno del concorso del Torino Film Festival, la cui competizione principale è riservata a opere prime, seconde e terze. Una vetrina prestigiosa, dove collocare un film di genere, un thriller distopico, è una scelta forte che va contro i luoghi comuni sulle pellicole da festival, scelta ripagata in sede di palmarès poiché il film ha vinto il premio della Scuola Holden (ed è stato premiato, in ambiti più specifici legati al genere, anche a Toronto e Sitges, oltre a poi vincere il Goya, il più alto riconoscimento del cinema spagnolo, per gli effetti speciali).

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The Platform: un'immagine del film

Già all'epoca, per quanto affascinati dall'impianto scenografico del progetto, che sul grande schermo non passava certo inosservato, ci era venuto da pensare che un film del genere, difficilmente vendibile in sala al giorno d'oggi, avrebbe potuto trovare il suo pubblico su una piattaforma di streaming, dove la componente claustrofobica acquista una marcia in più. Detto, fatto: Il buco arriva su Netflix (l'acquisto era avvenuto già ai tempi della prima mondiale al Festival di Toronto), arricchendo così un catalogo che, come dicono in molti (anche un certo David Cronenberg nella nostra intervista), deve molto alle acquisizioni, in media più interessanti delle produzioni originali (cosa non propriamente difficile quando in quest'ultima categoria rientrano le nuove commedie con Adam Sandler, ma il discorso rimane valido). E tra queste nuove reclute meritevoli di visione c'è appunto questo piccolo grande film spagnolo, un incubo distopico a base di solitudine e cibo. A suo modo, il lungometraggio ideale in tempi di quarantena a causa del Coronavirus.

Rimanere verticali

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Il buco: una scena del film

Siamo in una misteriosa prigione, dove le celle sono disposte verticalmente. Due persone per ogni cella, e ciascuno ha il diritto di chiedere una cosa sola da tenere con sé (il protagonista del film ha optato per una copia del Don Chisciotte). Alla fine di ogni mese i detenuti si ritrovano in una cella nuova, su un piano diverso (ce n'è almeno un centinaio). In mezzo alla cella c'è un buco, attraverso il quale scende, di piano in piano, una piattaforma con abbondanti dosi di cibo, da consumare entro due minuti prima che la piattaforma scenda ai piani di sotto. Sulla carta, un sistema equo, ma come scopre ben presto il nuovo arrivato questa soluzione mette a repentaglio la vita di chi sta ai piani inferiori, poiché a loro il più delle volte arrivano solo le briciole, a causa dell'ingordigia di chi vive ai primissimi piani. Sarà possibile rovesciare quel sistema prima che sia troppo tardi, per il nostro eroe e per la donna misteriosa che periodicamente sale sulla piattaforma per esplorare i piani di sotto?

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Aspettando il pasto

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Il buco: un'immagine del film

Tra Cube - Il cubo (ma in verticale), Samuel Beckett e Luis Buñuel, il film mette in scena una distopia grottesca, terrificante nella sua efficace struttura minimalista (alcuni scenari cruenti ricordano anche la brutale semplicità di Saw - L'enigmista), costantemente in bilico tra analisi verosimile delle diseguaglianze sociali e ritratto assurdo e caricaturale dell'avidità umana. Un equilibrio che si mantiene costante per l'intera durata del lungometraggio, una dualità che si riflette anche nelle interpretazioni dei due attori principali: più misurato uno, più istrionico l'altro, quasi una sorta di Hannibal Lecter iberico che dà tutte le risposte con un sorriso inquietante. Un ambiente grigio e opprimente, la cui qualità claustrofobica aumenta sullo schermo casalingo, un microcosmo che, tramite attente scelte di angolazione, allude a un mondo più vasto il cui sapore è decisamente terrificante.

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The Platform: una foto del film

Particolarmente significativo è il ruolo del cibo, inquadrato come un oggetto sacro e profano allo stesso tempo, simbolo di opulenza e sopravvivenza, la cosa più ambita al mondo ma anche, a seconda delle sequenze, la più disgustosa. E quando, per ragioni che vi invitiamo a scoprire vedendo il film, si elegge a simbolo della speranza una panna cotta, vi è una catarsi che accentua la crudeltà dell'universo immaginato dal regista, e nel contesto del momento preciso in cui il lungometraggio è arrivato su Netflix l'empatia tra spettatore e prigioniero non può che aumentare. Sperando, ovviamente, che chi fruisce del film non stia portando a termine la visione a stomaco vuoto, perché in tal caso i 94 minuti della distopia verticale possono sembrare ancora più lunghi.

Conclusioni

Arriviamo in fondo alla nostra recensione de Il buco, un film dove il fondo, in teoria, non c'è. Un affascinante e coinvolgente esordio proveniente dalla Spagna, che trasforma il concetto della prigione in una satira grottesca a base di verticalità e cibo, con due ottimi interpreti principali. Un buon acquisto per Netflix, che arricchisce il proprio catalogo di genere con un titolo degno di nota.

Movieplayer.it

4.0/5

Voto medio

2.9/5

Perché ci piace

  • I due protagonisti si sostengono a vicenda con stili diversi e complementari.
  • La premessa è perfetta nella sua semplicità.
  • Il minimalismo narrativo e formale nasconde in realtà livelli multipli molto interessanti.

Cosa non va

  • Si sconsiglia la visione a stomaco vuoto.