I fratelli De Filippo, la recensione: Tra epopea familiare e racconto di formazione

La recensione de I fratelli De Filippo, un film di Sergio Rubini sulla storia personale del trio De Filippo, artefice di una delle più grandi rivoluzioni nel teatro del Novecento.

RECENSIONE di 13/12/2021
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I fratelli De Filippo: Domenico Pinelli, Anna Ferraioli Ravel, Mario Autore in una foto

È la sera di Natale del 1931 e al cinema teatro Kursaal di Napoli le immagini in bianco e nero di Nessun uomo le appartiene con Clark Gable e Carole Lombard, lasciano spazio alla prima di Natale in casa Cupiello. Eduardo, Peppino e Titina De Filippo hanno finalmente realizzato il sogno di recitare insieme in una compagnia tutta loro, che ne porta anche il nome: Teatro Umoristico "i De Filippo". Poi un lungo flashback ripercorre tutti gli eventi che li hanno portati su quel palcoscenico (come leggerete più ampiamente nella recensione de I fratelli De Filippo). È una sequenza iconica, che lo spettatore ritroverà anche nel finale, la scena simbolo di un racconto popolare, il riscatto di tre fratelli che nella vita della famiglia Scarpetta avrebbero sempre ricoperto un ruolo marginale, figli illegittimi, mai riconosciuti e costretti a vivere nell'ombra di un microcosmo familiare tentacolare e tracotante. Sergio Rubini che dirige il film (in sala per soli tre giorni dal 13 al 15 dicembre) ci ha lavorato minuziosamente per ben sette anni e il risultato è una rappresentazione dalla parte degli ultimi, che non ha nulla da spartire con Qui rido io di Mario Martone se non i personaggi. Rubini lo aveva annunciato molto prima, poi la pandemia e i tempi cinematografici hanno fatto il resto, e il film arriva in sala solo ora dopo l'affresco scarpettiano di Martone. Ma è tutta un'altra storia, anzi ne è idealmente il seguito.

Peppino, Eduardo e Titina De Filippo: storia di una rivoluzione

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I fratelli De Filippo: Giancarlo Giannini e Biagio Izzo in una scena del film

Lo stesso regista ci tiene a definire I Fratelli De Filippo come un racconto di formazione, l'epopea di una famiglia italiana "che si rimbocca le maniche e con ingegno e creatività si costruisce un nuovo futuro". Centoquarantadue minuti che scorrono senza concedere nulla al santino agiografico o al didascalismo storico. Il film di Sergio Rubini ha il pregio di umanizzare il mito dei De Filippo, scendere tra le strade della Napoli dell'epoca e coglierne la poesia, il fragore, la vita e le miserie. La narrazione segue le vicende dei fratelli Peppino, Titina ed Eduardo che agli inizi del Novecento vivono con la giovane madre, Luisa De Filippo. I tre non sono sempre cresciuti insieme: i primi anni della fanciullezza li hanno trascorsi divisi con Peppino a scorrazzare all'aria aperta tra galline e maiali nelle campagne di Caivano, affidato alle cure di una balia, e Titina ed Eduardo invece a rincorrersi sulle tavole del palcoscenico a Napoli in un contesto piuttosto borghese, all'interno del quale sarà difficile poi per Peppino integrarsi.

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I fratelli De Filippo: Mario Autore in una sequenza

Un padre non c'è, o meglio esiste ma non li ha mai riconosciuti e quando si palesa lo fa mascherandosi da "zio": è Eduardo Scarpetta che in quegli anni è ormai all'apice del successo, un uomo di potere, ricco, famoso, acclamato da tutti, un idolo per il pubblico che affolla i teatri di Napoli. Un padre padrone, un istrionico Mangiafuoco che tutto può, muovendo i fili di un'affollatissima famiglia e decidendone i destini, la regola è sempre una: separare la famiglia legittima, gli Scarpetta, da tutti gli altri a cui pure si dedica con amorevole dedizione e premura. Una distinzione che manterrà anche dopo la sua morte nel 1925 quando lascia la propria eredità solo ai figli riconosciuti, con buona pace di Titina, Eduardo e Peppino a cui non spetterà nulla se non balordamente il suo grande talento, quanto basta perché il trio possa soddisfare il desiderio di rivalsa covato sin dall'infanzia, fondare una propria compagnia, affrancarsi da quel nome, usare quello della loro madre e gettare le basi per un nuovo modo di fare teatro e raccontare la realtà, più amaro e meno farsesco di quello della tradizione napoletana. Il successo è travolgente, seppur minato dai continui litigi tra Eduardo e Peppino, dalle diverse aspirazioni coltivate e dalla miseria.

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I fratelli De Filippo: Maurio Autore, Domenico Pinelli e Francesco Maccarinelli in una scena del film

È la storia di una ribellione ("se li lasciamo fare, noi De Filippo resteremo sempre quelli che non possono prendere l'ascensore") fatta con studio, coraggio, spirito di sacrificio e abnegazione, oltre che la rappresentazione plastica del riscatto a cui tutti hanno diritto. Rubini riesce a raccontarla con una straordinaria naturalezza mescolando ricerca meticolosa e fervida immaginazione; realizza così un'impresa non semplice rimanendo sempre in equilibrio tra la perfetta ricostruzione della realtà dell'epoca e una caratterizzazione appassionata e a tratti visionaria di quel microcosmo familiare in cui risiedono i germi del teatro del Novecento.

Ian McKellen a Roma: "Mi sarebbe piaciuto lavorare con Eduardo De Filippo"

La scelta di puntare su attori esordienti

Va in scena un mondo quasi felliniano, un affollatissimo palcoscenico su cui si muovono guitti e ballerine, una confusissima e chiassosa tragicommedia familiare, una storia di padri traditi e fratellastri messi all'angolo, invidie familiari e ardori giovanili.

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I fratelli De Filippo: Mario Autore in una scena del film

Sullo sfondo campeggia il Vesuvio che sbuffa fumo e in primo piano si staglia Napoli, " 'nu paese curioso, 'nu teatro antico, sempre apierto. ... Ognuno fa na parte na macchietta se sceglie o tip o n'omm a truccatura. L'intercalare, a camminatura pe fa successo e pe se fa guarda". Sergio Rubini tratteggia un'umanità varia e ha il merito di farlo affidando i ruoli dei tre protagonisti a giovani attori campani, tutti esordienti sul grande schermo: Mario Autore, Domenico Pinelli e Anna Ferraioli Ravel non gigioneggiano, si fanno interpreti di prove misurate, oneste e ricche di sfumature, e convincono al punto da commuovere. Ad accompagnarli una folta squadra di comprimari da Biagio Izzo a Susy Del Giudice, Marianna Fontana, Marisa Laurito, Vincenzo Salemme e Giancarlo Giannini nei panni di Scarpetta. Tutti insieme nelle incessanti entrate e uscite di scena, raccontano storie di resistenza, sogni, aspirazioni, in un eterno gioco delle parti che ci riporta sempre alla grande magia del cinema.

Conclusioni

Concludiamo la recensione de I fratelli De Filippo con la convinzione di un’opera riuscita, bilanciata e monumentale nella ricerca meticolosa e nella visionarietà con cui mette in scena la storia di Peppino, Titina e Eduardo De Filippo. Gran parte del merito è senz’altro di Sergio Rubini, che porta in questa storia i tratti distintivi del suo cinema sospeso, che guarda all’importanza delle radici e alla magia dell’eterno gioco delle parti. Una storia di riscatto prima che il racconto di una delle più importanti rivoluzioni del teatro italiano del Novecento che supera i confini del farsesco e scende per le strade a rubare la vita, una commedia dove la risata e il pianto “s’hannu mbrugliat”.

Movieplayer.it

3.5/5

Voto medio

3.8/5

Perché ci piace

  • L’epica del racconto famigliare insieme a quella del riscatto di tre giovani pieni di ardore e tenacia, trasforma quella dei De Filippo in una storia universale.
  • La scelta di affidare il ruolo dei protagonisti a giovanissimi attori esordienti.
  • La rappresentazione di Napoli, teatro a cielo aperto, traboccante di tipi umani e macchiette.
  • Lo studio accurato e la ricerca meticolosa alla base di una messa in scena che pure sa affidarsi all’immaginazione più fervida quasi felliniana.

Cosa non va

  • La lunghezza del film, centoquarantadue minuti pure scorrevoli, potrebbero scoraggiare alcuni spettatori.