Che dire, finalmente un altro bel film fatto di persone e non di personaggi. Un film dal cuore grande, in cui i sentimenti si avvicendano senza mai scalciare, lasciando nello spettatore, a fine visione, una strana e calorosa sensazione. Niente artifici, quindi: solo una storia semplice raccontata nel migliore dei modi. Eppure, nonostante questa semplicità (un valore umano prima ancora che artistico), ne I figli della scimmia di Tommaso Landucci c'è tutto ciò che serve per generare un'emozione capace di dialogare con il pubblico. Ci troviamo e, forse, ci ritroviamo nella sceneggiatura firmata dal bravo Landucci insieme a Damiano Femfert, con il titolo che si ispira all'omonima fiaba di Esopo. Produce un gigante come James Ivory.
I figli della scimmia: storia di padri e figli
Se il regista ci mette la firma, gli attori ci mettono la faccia. È giusto e sacrosanto sottolineare quanto la forza del film derivi dall'interpretazione di Riccardo Scamarcio, al suo miglior ruolo per umanità, sottrazione e sensibilità. Scamarcio interpreta Dario, un uomo gentile. Fa il perito, parla poco, sì, ma è deciso e possiede un brillante senso dell'umorismo. È un marito e un padre amorevole: c'è, è presente, lo "sentiamo" fin dalla prima sequenza.
Landucci non lo molla quasi mai, così come Dario sembra non mollare mai il nipote quattordicenne Giacomo (Tancredi Naldini), figlio di quel fratello maggiore (Fausto Russo Alesi) così puntiglioso e intransigente. Giacomo è un ragazzo sveglio, suona il flauto e ha la fidanzata. Un giovane "normale" che può vivere tutto ciò che è invece precluso a Enrico (Andrea Aggio), il figlio "vero" ma costretto su una sedia a rotelle.
Un film che parla con gli occhi
Essenzialmente, I figli della scimmia - oltre a raccontare cosa voglia dire fare il padre (o meglio, a provarci, dato che non esiste un libretto d'istruzioni) e quanta paura possa incutere questo ruolo - parla di quanto sia vitale una certa dose di leggerezza e di come sia importante tornare a respirare, ricalibrando gli orizzonti delle proprie consapevolezze. Da qui una sorta di "conflitto intimo", fra "generosità ed egoismo, amore e desiderio, accettazione e rimpianto". Per questo la scelta stilistica di girare in 4:3 non è un mero vezzo estetico, bensì traduce la volontà del regista di racchiudere il racconto in uno spazio ancora più ristretto e riservato (e per poetica è vicino a Kore'eda).
Non c'è e non può esserci giudizio; così, nel corso delle quasi due ore di durata (forse troppe, ma il montaggio per eccesso è ormai un male endemico), I figli della scimmia sceglie volutamente di far debordare le scene dai margini dell'inquadratura, creando quell'armonia che lo rende cinema d'intenzioni, costellato di gesti, silenzi e sguardi. Un'aglio e olio al volo, un giro in motocicletta, una mezza parola sottovoce. Fraternità e paternità: ruoli contigui che la società ci impone ma che, a guardar bene, non sono altro che il frutto del nostro istinto.
Nella sceneggiatura firmata da Landucci e Femfert (già vincitori del Premio Solinas nel 2021) c'è la vita vera, autentica e credibile. Quella che, troppo spesso, il cinema italiano dimentica di raccontare. Guardando a un certo cinema indipendente americano senza mai sbraitare, ma arrivando dritto alla pancia, I figli della scimmia asciuga tutto il superfluo (non c'è musica d'accompagnamento, se non la splendida Only You nella versione dei The Flying Pickets), lasciando che a parlare siano solo gli occhi. C'è forse qualcosa di più importante?
Conclusioni
Il cinema delle persone, quello che parla di semplicità e normalità. Finalmente. Tommaso Landucci punta a un cinema senza orpelli, rivedendo la poetica di Esopo. I figli della scimmia, dalla luce gentile e dalla regia asciutta, parla con lucidità di paternità, fratellanza, leggerezza e istinto. Il cast è ottimo, ma attenzione a Riccardo Scamarcio qui alla sua miglior prova d'attore.
Perché ci piace
- La grande prova di Riccardo Scamarcio.
- Una storia semplice.
- Il calore dei personaggi.
Cosa non va
- Forse dura troppo.