Hollywood, il finale della serie: i finti Oscar di un brutto happy ending

Hollywood, la nostra analisi del finale della serie Netflix: la fiaba revisionista di Ryan Murphy declina l'apologia della diversità in un epilogo blando e zuccheroso.

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Hollywood: Laura Harrier e Queen Latifah

Da quando, nel 1999, debuttò sul piccolo schermo la sua prima 'creatura', il teen drama Popular, un inconfondibile leitmotiv ha attraversato l'intera produzione di Ryan Murphy, uno dei Re Mida della TV americana: l'empatia nei confronti degli emarginati e del loro desiderio di visibilità e di riscatto. Temi che il prolifico regista e sceneggiatore ha posto al centro di titoli diversissimi fra loro: dai sogni di gloria in salsa musicale di Glee e Pose alla rappresentazione dell'omosessualità di The New Norman e The Normal Heart, passando perfino per American Horror Story, per approdare al deludente The Politician e, sempre per il catalogo Netflix, alla sua ultima fatica, Hollywood, titolo emblematico per una miniserie impegnata a rievocare l'industria cinematografica degli anni Quaranta e il suo immaginario. E l'approccio revisionista adottato da Murphy culmina in un finale, A Hollywood Ending, in cui emergono tutti i limiti di un'operazione a prima vista intrigante, ma a conti fatti assai poco riuscita.

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Hollywood: una foto di David Corenswet

Come già illustrato nella recensione di Hollywood, la miniserie creata da Ryan Murphy insieme al fido Ian Brennan racconta una realtà alternativa nella cornice della Mecca del cinema nel periodo a cavallo fra il 1947 e il 1948. Fondamentalmente, nulla di nuovo: un nugolo di giovani affamati di successo, fra cui l'aspirante attore Jack Castello (David Corenswet), l'aspirante regista Raymond Ainsley (Darren Criss), l'aspirante sceneggiatore Archie Coleman (Jeremy Pope), le aspiranti attrici Camille Washington (Laura Herrier) e Claire Wood (Samara Weaving) e, sorpresa, pure Rock Hudson (Jake Picking), ai tempi in cui era ancora l'aspirante attore Roy Fitzgerald (nota a margine: il povero Rock Hudson, dipinto come un novellino di scarso talento incapace di azzeccare un ciak, non ne esce proprio benissimo).

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Hollywood: i protagonisti maschili della serie
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Hollywood: Jim Parsons e Jake Picking

Il sogno hollywoodiano è il minimo comune denominatore fra ciascuno di loro (ma pure fra i vari comprimari), come non mancano di ricordarci a ogni piè sospinto: se a qualcuno venisse in mente un drinking game basandosi su quante volte un personaggio pronuncia la parola "sogno" o derivati, basterebbe un qualunque mezzo episodio per finire in coma etilico. E in questa versione fittizia di Hollywood, quasi tutti i protagonisti hanno ragioni più o meno evidenti per partire in posizione di svantaggio, che si tratti del colore della pelle o dell'orientamento sessuale. Dunque, quale miglior allegoria della loro "brama di gloria" di un film semi-biografico su una starlette ostracizzata dallo studio system e spinta fin sull'orlo del suicidio? Nel corso della miniserie assistiamo così alla genesi dell'opera in questione, Meg, fin quando l'eccezionale responso per la pellicola non la porterà in prima fila alla notte degli Oscar.

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Hollywood: una foto di Joe Mantello

Di per sé il soggetto, una Hollywood in cui sia possibile abbattere i pregiudizi sociali e i tabù del famigerato Codice Hays, non manca certo d'interesse; e sebbene Murphy, in fase di scrittura, faccia ampio ricorso ai cliché più triti e ritriti, interpreti come Jim Parsons, Holland Taylor e un magnifico Joe Mantello (il più bravo del lotto) conferiscono comunque solidità e ricchezza di sfumature ai rispettivi personaggi. Peccato che la serie, al di là del presupposto revisionista, non manchi di forzature che rendono pressoché impossibile la sospensione dell'incredulità: da costosissimi greenlight decisi in una manciata di secondi ad avvocati che bruciano la pellicola di un grande studio senza essere stati autorizzati da nessuno.

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Hollywood: Darren Criss e David Corenswet

Il peggio, tuttavia, arriva all'inizio del sesto episodio: per rientrare di venticinquemila dollari nel budget, il regista, lo sceneggiatore, il protagonista e l'altro attore di una grande produzione hollywoodiana pensano bene, nel bel mezzo delle riprese e senza battere ciglio, di darsi alla prostituzione (enfasi su: nel bel mezzo delle riprese), in pieno giorno e per di più in un luogo già noto alla stampa scandalistica e alla buoncostume. E per quanto Ryan Murphy non sia mai andato troppo per il sottile, il suo "universo parallelo" si piega spesso alle esigenze delle varie storyline: talvolta con assurdità come quella appena citata, quasi sempre con il ridondante didascalismo di chi avverte il bisogno di spiegare ogni dettaglio, anziché lasciare che siano la storia e i personaggi a esprimere se stessi.

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Hollywood: Jeremy Pope e Darren Criss

Se dunque la miniserie procede fra alti (non molti) e bassi, con ritmo spedito ma pure con repentini cambi di registro, è nel finale che Hollywood rivela i suoi maggiori punti deboli. Perché Ryan Murphy esagera, come e più del solito, trasformando questa apologia degli outsider in una (auto)celebrazione tronfia e un po' pacchiana, che andrà in scena durante la ventesima edizione degli Oscar: un singolo avvenimento che da solo occupa una buona metà dell'episodio conclusivo. Meg, che a giudicare dagli spezzoni mostrati al pubblico sembra un incrocio fra la prima versione di È nata una stella e una puntata de Gli occhi del cuore, diventa infatti il massimo campione d'incassi dello studio e riceve una valanga di candidature agli Academy Award.

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Hollywood: Jeremy Pope, Darren Criss e Laura Harrier
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Hollywood: una foto di Mira Sorvino

Da qui in poi, l'ossessione di Murphy per gli Oscar (premi che la miniserie aveva citato o esibito più o meno ogni dieci minuti fin dal pilot) dà vita a una prolissa fan fiction in cui ci vengono raccontati per filo e per segno ogni categoria (o quasi), ogni reazione, ogni lacrima, ogni discorso commosso. Come se "il sugo di tutta la storia", più del percorso dei protagonisti, fosse proprio la statuetta dorata, obiettivo ultimo ed unico criterio distintivo tra successo e fallimento. Ed è quantomeno ironico che lo spropositato trionfo di Meg (ben cinque statuette: miglior film, regia, attrice, attrice supporter e sceneggiatura), nella patinata fantasia di Murphy, lasci del tutto a mani vuote il reale vincitore del 1947, Barriera invisibile di Elia Kazan: un film dallo spirito progressista che denunciava un altro fenomeno di discriminazione molto diffuso nella società americana, l'antisemitismo.

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Hollywood: Michelle Krusiec nel ruolo di Anna May Wong

A Hollywood Ending non segna la prima volta che Ryan Murphy si confronta con l'iconografia della notte degli Oscar: era già accaduto tre anni fa, quando lui stesso aveva sceneggiato e diretto E la vincitrice è... (gli Oscar del 1963), quinto episodio della miniserie Feud: Bette and Joan. La differenza è che, in quel caso, l'accurata ricostruzione della cerimonia degli Academy Award risultava tesa e avvincente (per quanto l'esito fosse ben noto) poiché del tutto funzionale ad esplorare la rivalità fra le due dive, nonché il carattere morboso del loro rapporto con la celebrità. In Hollywood, al contrario, gli Oscar vengono caricati di un'enfasi totalizzante, che ingloba tutto il resto, dissolve magicamente ogni difficoltà dei protagonisti (razzismo, omofobia, conflitti fra i personaggi) e si tramuta nel perfetto happy ending per tutti - ma proprio tutti - i personaggi in gioco.

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Hollywood: un'immagine tratta dalla notte degli Oscar
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Hollywood: Darren Criss e Laura Harrier

Alla fine della miniserie ciascuno di loro avrà vinto un Oscar, raggiunto il successo, fatto ammenda degli errori del passato e trovato l'amore della propria vita (o, nella peggiore delle ipotesi, avrà riportato quantomeno tre obiettivi su quattro). Tutti saranno straordinariamente felici (perfino i "cari estinti", acclamati durante gioiose cerimonie funebri) e Hollywood si rivelerà pronta per il suo Brokeback Mountain con quasi sessant'anni d'anticipo (con tanti saluti a Stonewall e a vent'anni di gay liberation). A scanso di equivoci: l'intento degli autori è encomiabile, così come la volontà di offrire spazio e voce alle storie di individui - e di intere categorie - confinati per lungo tempo ai margini della società e, di riflesso, dell'industria cinematografica (e la star cinoamericana Anna May Wong ne è il volto-simbolo). Peccato che questo what if, potenzialmente ricco di spunti, rimanga nell'alveo delle buone intenzioni, risultando fin troppo superficiale e approssimativo per fare davvero un buon servizio alla causa...

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