Mezzo uomo, mezza calzetta. Quante volte ce lo siamo sentiti dire - o lo abbiamo sentito dire - specialmente durante l'infanzia, se non si aderiva pedissequamente ai canoni virili imposti dalla società. Un assetto socioculturale che, pur mutando pelle nel corso dei decenni, sembra conservare intatta quell'impalcatura patriarcale fondata sul potere e sulla repressione emotiva.
L'audiovisivo contemporaneo ha spesso indagato la cosiddetta "crisi del maschio", a volte scherzandoci su, altre denunciandone le derive. Richard Gadd, consacrato nel 2024 da quella gemma disturbante che è stata Baby Reindeer, non poteva lasciarsi sfuggire l'occasione per sviscerare l'argomento a modo suo. Con Half Man, co-produzione HBO e BBC disponibile su HBO Max, l'autore torna a scavare nel torbido, regalandoci un'opera respingente e, forse, necessaria.
Half Man: due fratelli, trent'anni di cicatrici e ferite emotive
A differenza del suo precedente exploit seriale, la nuova storia non attinge al vissuto autobiografico dell'autore scozzese, pur mantenendone intatta la carica viscerale. Al centro del racconto troviamo due "fratelli per caso", Niall (Jamie Bell) e Ruben (Gadd): il primo timido, vittima degli eventi e quasi trasparente, il secondo un concentrato di violenza e ferocia. Le loro vite si intrecciano quando le rispettive madri decidono di convivere, scatenando lo scandalo nella provincia scozzese di fine anni '80.
La struttura narrativa, articolata in sei episodi, sceglie la via del non-lineare: si parte dal presente, dal giorno del matrimonio di Niall, interrotto dal ritorno di un Ruben dalle intenzioni poco chiare, dato che i due non si parlano da anni. Da qui, la narrazione procede a ritroso e per salti temporali, coprendo trent'anni di storia - dall'adolescenza inquieta delle superiori passando per il college, fino all'età adulta - ricostruendo i tasselli di un legame tanto indissolubile quanto velenoso.
La serie HBO Max è come una terapia d'urto
Half Man si configura come una lunga, estenuante seduta di psicoterapia. La serie esplora l'evoluzione - o meglio, l'involuzione - dei due protagonisti per mettere a nudo un rapporto di co-dipendenza affettiva deforme, alimentato da prevaricazioni e traumi mai elaborati. Siamo di fronte a due uomini profondamente irrisolti: vittima e carnefice, bullo e bullizzato, due polarità opposte che necessitano l'una dell'altra per alimentare un "gioco al massacro" iniziato tra i banchi di scuola e nella camera da letto che erano costretti a condividere.
Gadd indaga il rapporto con la violenza, sia fisica che verbale, e una sessualità scoperta in modo maldestro e autodistruttivo. Non c'è nulla di aspirazionale nel legame tra Niall e Ruben; anzi, proprio come in Baby Reindeer (e non è un caso che Ruben soprannomini l'altro "Bambi"), l'autore rifiuta ogni deriva consolatoria. La visione è pensata per disturbare, per costringere lo spettatore a mettere in pausa il video a causa del disagio provato per ciò che accade sullo schermo.
Tuttavia, è proprio nella seconda metà della stagione che la serie accusa il colpo: la reiterazione dei pattern comportamentali, pur coerente con la patologia dei personaggi, rischia di appesantire un racconto già di per sé complesso da metabolizzare, finendo per girare parzialmente a vuoto prima del climax finale.
Quattro interpreti per un realismo sporco
Il vero punto di forza di Half Man risiede in un cast in stato di grazia. Richard Gadd compie una trasformazione fisica impressionante, lavorando sui muscoli e sulla mimica per dare sostanza a un bullo traumatizzato e profondamente tragico. Al suo fianco, Jamie Bell conferma una maturità artistica straordinaria, scegliendo ancora una volta un ruolo spigoloso e privo di vanità.
Una menzione d'onore va però alle controparti adolescenti: Stuart Campbell e Mitchell Robertson sono due rivelazioni assolute, capaci di restituire la fragilità di due giovani vite già segnate dal destino. La regia "sporca" e materica di Alexandra Brodski e Eshref Reybrouck fa il resto, immergendo la storia in un realismo truce che non concede sconti, assecondando la discesa agli inferi dei protagonisti con una coerenza estetica impeccabile.
Conclusioni
Half Man conferma il talento cristallino e la voce fuori dal coro di Richard Gadd, anche se solo alla sua opera seconda. È un prodotto che, fedele alla poetica del suo autore, non nasce per conciliare il sonno, ma per scuotere le coscienze. Nonostante una certa ridondanza narrativa nella parte centrale, la serie brilla grazie a interpretazioni feroci e ad una riflessione spietata sulla mascolinità tossica, ricordandoci che spesso, per diventare uomini, bisogna prima fare i conti con i mostri che abbiamo nutrito sotto il letto.
Perché ci piace
- Un'analisi della mascolinità tossica cruda e priva di filtri.
- Le interpretazioni monumentali del quartetto di protagonisti.
- Una regia "sporca" che esalta il realismo della vicenda.
Cosa non va
- La struttura narrativa si fa ripetitiva nella seconda metà.
- Sei episodi rischiano di dilatare eccessivamente una materia già densissima.