Recensione Abbasso l'amore (2003)

I magnifici anni Sessanta ripiombano fra noi, ed è la seconda volta nell'arco di poco tempo che gli studios americani si lasciano prendere da operazioni nostalgiche.

Gli smorfiosi anni sessanta

I magnifici anni Sessanta ripiombano fra noi, ed è la seconda volta nell´arco di poco tempo che gli studios americani si lasciano prendere dalla nostalgia. Quella di Abbasso l'amore infatti, è un´operazione che assomiglia molto a quella di Lontano dal Paradiso (ma in quel caso erano i melò anni '50 ad essere oggetto del revival), anche se l´affinità resta solo a livello estetico, purtroppo, perchè quanto a contenuti e risultato il film di Peyton Reed prende tutta un'altra strada finendo per deragliare rovinosamente.
Come detto, a livello puramente formale l´operazione riesce bene, fin dai titoli di apertura, dove il technicolor esplode in tutto il suo fulgore fungendo da immediata macchina del tempo cinematografica. E da questo punto di vista il film non fa una grinza: dai cappellini della protagonista alle sfavillanti luci di New York, dai mitici taxi gialli ai vestiti d´epoca, dagli arredamenti alla divisione dello schermo a metà, tutto sprizza Sixties e commedie con Doris Day e Rock Hudson (a cui del resto il film dichiaratamente si ispira).

La storia, come già accennato, è ambientata a inizio degli anni Sessanta a New York: Barbara Novak (Renèe Zellweger) ottiene un incredibile successo editoriale grazie a un libro, Abbasso l'amore appunto, con il quale incita le donne a rendersi indipendenti dagli uomini, a non cascare nei sentimenti e a privilegiare la carriera e i propri piaceri. Quanto al sesso, si può fare anche senza amore ("come del resto fa l'uomo", ammicca la Novak). E comunque per soddisfarsi c´è sempre la... cioccolata. Ovviamente a contrastarla e a cercare di umiliarla, dall´altra parte c´è un perfetto maschilista, il giornalista playboy Catcher Block, intepretato da un Ewan McGregor che dopo Moulin Rouge e Young Adam dimostra quantomeno di riuscire a calarsi in qualunque ruolo con buon successo.

Tutto bene dunque? Non proprio, perché lo sbarco nella vecchia Hollywood avviene in una forma talmente estremizzata di risolini e mossettine da risultare addirittura fastidioso, anche se fosse preso solamente come una sorta di parodia (ma questa resta comunque un'ipotesi piuttosto remota). Su questo substrato estetico di quarant'anni fa, si inseriscono poi alcune gags un po' tristi da avanspettacolo e un'infinità di doppi sensi (anche visivi, oltre che verbali) a sfondo sessuale un po' spinti per l'epoca, e proprio per questo ancora più inadeguati al contorno. Insomma la leggerezza con cui tutto questo cala sull´accattivante sfondo anni Sessanta è pari a quella di una mannaia.
Alla fine, tra le smorfiettine a un certo punto insopportabili della Zellweger e le nevrotiche musichette in costante sottofondo, anche il discreto colpo di scena finale arriva un po´ troppo tardi. E si fa subito rimpiangere, perchè la contro-chiusura zuccherosa, nei magici Sixties, non si nega a nessuno.

Movieplayer.it

2.0/5