Recensione Glass: Shyamalan omaggia i fumetti ma dimentica il thriller

La recensione di Glass: il nuovo film di Shyamalan è un sequel di Unbreakable e Split e ne condivide temi e personaggi, ma manca di tensione.

RECENSIONE di 10/01/2019
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Glass: Bruce Willis in un momento del film

I più giovani forse non lo ricorderanno, ma c'era stato un periodo nei primi anni 2000 in cui il regista di origini indiane M. Night Shyamalan era considerato il nuovo maestro dei thriller e dei colpi di scena. Poi ci fu una vera e propria (momentanea?) crisi creativa, l'approdo al blockbuster, e di quel regista che aveva fatto del twist e delle sorprese il suo tratto più distintivo nessuno sembrava curarsi più.

Due anni fa però arrivò Split e furono in tanti, tra critica e pubblico, a sperare in un prodigioso ritorno, soprattutto con la scena subito prima dei titoli di coda, quella scena che rappresenta forse il suo colpo di genio più inaspettato: il film era in realtà un sequel nascosto di Unbreakable, un successo di ben 16 anni prima. È proprio questa necessaria premessa a rendere così difficile questa recensione di Glass.

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Glass: una scena con Samuel L. Jackson

Una trama per due sequel, forse troppi

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Glass: un primo piano di Bruce Willis

Il nuovo film di Shyamalan è quindi il terzo capitolo di una trilogia iniziata nel 2000, ma in realtà ideata solo recentemente con Split. Glass è un sequel a tutti gli effetti di entrambi i film e porta avanti la trama e le storie di tutti i personaggi precedenti: il "supereroe" David Dunn e suo figlio Joseph - entrambi interpretati nuovamente dagli attori di allora, Bruce Willis e Spencer Treat Clark - l'intelligentissimo ma fragile supercattivo Elijah Price di Samuel L. Jackson, con tanto di madre al seguito, e ovviamente i 25 protagonisti di Split, la bella e giovane Casey Cook (Anya Taylor-Joy) e le molteplici personalità psicotiche interpretate dall'impressionante James McAvoy.

Glass: Sarah Paulson in una foto del film
Glass: Sarah Paulson in una foto del film

Cosa succede quando i diversi mondi di tutti costoro si incontrano e scontrano è proprio il cuore di Glass, anche se la più grande sorpresa del nuovo film del regista indiano non è tanto nello sviluppo della trama, ma nel ritmo. O, meglio ancora, nella mancanza di ritmo in tutta la parte centrale del film. Ricordate quando avevamo detto che una volta M. Night Shyamalan era considerato un nuovo maestro del thriller? Dopo questo film state pur certi che nessuno commetterà più questo errore, perché di tensione nella (lunga) parte centrale quasi non ve ne è traccia. Eppure tre supereroi/psicopatici chiusi in un ospedale psichiatrico e costretti a confrontarsi da una dottoressa tanto coraggiosa quanto spregiudicata (Sarah Paulson) in teoria dovrebbero promettere faville, ma non c'è nulla di tutto questo. Se non nel finale dove finalmente succede quello che ci era stato promesso, ma è ormai un po' troppo tardi.

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Glass: Anya Taylor-Joy in una scena del film

Il problema di un film come Glass, dell'essere cioè un terzo capitolo di una trilogia che in realtà due anni fa non esisteva nemmeno nella mente del regista, è che non è stato realmente pianificato. Ci sono cose che vanno dette e spiegate, che sono necessarie per il prosieguo della trama e che non possono essere date per scontate, va da sé che la narrazione è spesso appesantita e rallentata in modo eccessivo. Non aiuta poi il fatto che il film abbia un inizio davvero travolgente ma che bene presto si perda in una pantano di scene monotone e poco avvincenti. A salvare il salvabile c'è per fortuna James McAvoy col suo talento e la travolgente simpatia di alcuni suoi personaggi, ma per chi cercava un thriller, un film che, come da premessa, lo tenesse incollato alla poltrona, questo Glass potrebbe essere una grande delusione.

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Glass: James McAvoy in una scena del film

Un nuovo modo di raccontare i supereroi

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Glass: un primissimo piano di Samuel L. Jackson

Non si tratta però di un film brutto, niente affatto; Glass è comunque un film con delle idee molto forti alle spalle e anche piuttosto originali. Un film con cui Shyamalan riprende in pieno la filosofia che c'era dietro ad Unbreakable e torna a parlarci di fumetti, del loro impatto sulla cultura popolare e sulla società di oggi, in modo non banale. Lo fa raccontandoci un modo di vivere e mostrare i supereroi al cinema che è all'esatto opposto rispetto a quanto stanno facendo la Marvel e la DC in questi anni, ponendo attenzione sulle motivazioni e sulla psicologia dei personaggi prima ancora che sulle loro spettacolari azioni. E se Unbreakable nel 2000 aveva anticipato i tempi, forse fin troppo, ponendosi come elemento di rottura di una moda che ancora non era effettivamente esplosa, oggi come oggi vuol dire trovarsi davanti a qualcosa di potenzialmente rivoluzionario.

Glass: James McAvoy e Anya Taylor-Joy in una foto del film
Glass: James McAvoy e Anya Taylor-Joy in una foto del film

Peccato però che sia il resto a mancare questa volta. Che questi personaggi, a loro modo già iconici, non riescano ad emergere mai veramente e che due grandi attori come Bruce Willis e Samuel L. Jackson diano la sensazione di essere quasi sprecati. Eppure il titolo del film faceva bene sperare per Mister Glass e il suo storico nemico, ma in realtà gran parte del film è dedicato quasi esclusivamente a Kevin Wendell Crum e ai suoi folli "coinquilini". Nonostante questo, i twist in qualche modo non mancano e va apprezzato il coraggio del regista di non voler essere banale, di portare lo spettatore sempre verso l'inaspettato. Ma allora perché alla fine della visione, e recensione, di questo Glass siamo così delusi? Forse Shyamalan era così interessato a stupirci ancora una volta che ha perso di vista quello che realmente l'ha reso famoso: la tensione.