Escape at Dannemora

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Escape at Dannemora: la serie diretta da Ben Stiller si sostiene con le interpretazioni

La recensione di Escape at Dannemora, la serie diretta da Ben Stiller che si conclude con un episodio che evidenzia i pregi e difetti del progetto.

Escape At Dannemora 1

Escape at Dannemora, la serie tv diretta da Ben Stiller proposta in Italia da Sky Atlantic, narra la storia vera dell'evasione compiuta da Richard Matt e David Sweat nel 2015, terminando in un episodio che evidenzia i pregi e i difetti dimostrati dal progetto nel corso della messa in onda.

Le performance di Benicio Del Toro, Paul Dano e Patricia Arquette sostengono anche l'epilogo della narrazione, caratterizzata da un'ottima attenzione per i dettagli e, purtroppo, da tempi dilatati che non risultano necessari per la buona riuscita del progetto.
Il livello tecnico e artistico raggiunto dalla serie prodotta per Showtime, molto probabilmente, riuscirà a far guadagnare delle importanti nomination nella prossima stagione dei premi televisivi, eppure nella sua totalità Escape at Dannemora paga il prezzo della scelta del numero di episodi - sette - forse eccessivo rispetto alle reali esigenze dell'adattamento per il piccolo schermo dei fatti realmente accaduti.

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Due detenuti in cerca di libertà

Escape At Dannemora 7

Al centro della trama della serie scritta da Brett Johnson e Michael Tolkin c'è la fuga compiuta dai due assassini, detenuti nel carcere di massima sicurezza Clinton Correctional Facility che si trova nello stato di New York, nel comune di Dannemora. Matt e Sweat, ruoli affidati a Benicio Del Toro e Paul Dano, hanno sfruttato la loro relazione con Joyce "Tilly" Mitchell, parte interpretata da un'irronoscibile Patricia Arquette, per ottenere gli strumenti necessari ad aprirsi una via di fuga dal penitenziario.
La donna si avvicina infatti ai due condannati durante il loro lavoro nella sartoria attiva nella struttura, iniziando con loro una relazione di tipo sessuale.

Escape at Dannemora: un'irriconoscibile Patricia Arquette

Matt, dall'animo artistico e tormentato, si rende conto che il legame stretto dal giovane "collega" con Tilly rappresenta la possibile chiave in grado di aprire la porta verso la libertà e, dopo che Sweat viene assegnato a un nuovo lavoro, decide di conquistarla, convincendola che per loro tre esiste la possibilità di aprire un nuovo capitolo della vita in Messico dopo un' eventuale evasione. Tilly inizia quindi a introdurre nel carcere dei seghetti e altri oggetti utili ai due uomini fingendo di regalare della carne da cucinare, utilizzando a proprio favore la poca aderenza al regolamento di Gene Palmer (David Morse), una guardia che apprezza le opere d'arte di Richard e chiude più volte un occhio sui comportamenti dei detenuti. La relazione clandestina di Tilly con Sweat, e successivamente Matt, infonde in lei una rinnovata voglia di vivere alla semplice idea di lasciarsi alle spalle la vita di provincia con il marito Lyle (Eric Lange), tuttavia la sera della fuga tanto programmata non tutto va come previsto e i due evasi si ritrovano a fare i conti con degli ostacoli inaspettati.

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Ben Stiller, una regia attenta

Escape At Dannemora Finale 3

Ben Stiller non accelera mai il ritmo della storia, decidendo di seguire tutte le fasi che hanno portato all'evasione con grande dovizia di particolari, dal lavoro compiuto da Sweat per creare una via che li conduca all'esterno passando inosservati ai machiavellici piani di Matt, senza ovviamente dimenticare i turbamenti di Tilly e il suo complesso rapporto con il coniuge. La presenza di un episodio totalmente dedicato al passato dei tre protagonisti, tassello essenziale per capirne personalità e motivazioni, appare così quasi incompleto considerando lo spazio ridotto concesso ai racconti che rispondono a delle domande lasciate in sospeso senza essere esaustivi. Uno dei difetti dello show è infatti quello di non delineare in modo del tutto convincente le figure principali su cui ruotano gli eventi, lasciando allo spettatore il compito di dedurre molti aspetti della loro vita.

Escape At Dannemora Finale 1

Il lungo epilogo, diviso tra il tentativo di raggiungere il Canada e le indagini sulla fuga, aiuta a capire meglio le caratteristiche dei due condannati, tuttavia la ripetitività che contraddistingue la loro vita dietro le sbarre e l'approccio scelto per la messa in scena non creano qualcosa in più rispetto a delle semplici figure bidimensionali che non si risollevano mai del tutto, nemmeno potendo contare sul talento degli interpreti. Stiller in veste di regista dimostra di saper gestire anche progetti non di genere commedia e controlla con attenzione il ritratto di un mondo duro e avvilente e la determinazione dei due detenuti, firmando delle ottime sequenze come la contrapposizione tra il lavoro nella sartoria e quello notturno e clandestino per pianificare l'evasione.
La quotidianità all'interno delle mura del carcere, seppur poco credibile in alcuni passaggi, fa immergere lo spettatore in un'atmosfera claustrofobica che viene ben contrastata nelle ultime puntate dalla foresta verde e dagli spazi aperti in cui camminano Sweat e Matt. Del Toro e Dano, inoltre, sostengono bene le rispettive parti completandosi a vicenda e passando dai momenti di disperazione alla gioia irrefrenabile nel gustare per la prima volta una camminata per le strade della città.

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L'incredibile trasformazione di Patricia Arquette

Escape At Dannemora Finale 4

A rubare la scena a tutti gli altri membri del cast è però Patricia Arquette che, trasformatasi fisicamente, porta in vita una donna solo apparentemente vittima delle circostanze e per cui si prova progressivamente pietà, rabbia e incredulità per i comportamenti al limite del grottesco. I flashback, inoltre, rendono impossibile provare della simpatia nei suoi confronti, spingendo quasi a fare il tifo per i "suoi amanti", compreso il tradito Lyle che viene ripetutamente ingannato fin dall'inizio della sua relazione con Tilly. L'attrice, con un fisico appesantito e privata del suo fascino naturale, rende comunque credibile il suo personaggio dai comportamenti quasi surreali, firmando una delle sue performance più riuscite degli ultimi anni tra crisi di nervi, pulsioni sessuali e fantasie romantiche ambientate in spiagge esotiche.
Lo spazio limitato, invece, non aiuta David Morse che è in grado ugualmente di regalare una presenza interessante e all'insegna di debolezze, come quella per l'arte, che lo rendono simpatico e, come dice lo stesso Matt, lo delineano come uno dei pochi "buoni" della storia.

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Una serie ben curata

Escape at Dannemora: Ben Stiller riprende Benicio Del Toro

A tenere alto il livello tecnico e artistico della serie sono anche la fotografia che propone paesaggi dai colori quasi sempre sbiaditi, ben calibrati sulle emozioni provate dai protagonisti, e una colonna sonora che passa dai brani pop commerciali amati da Tilly, da Nick Jonas a Meghan Trainor, a hit di gruppi artisti del calibro di Elton John, Soundgarden e Dave Matthew Band.
Apprezzabile anche la rappresentazione delle dinamiche esistenti tra i detenuti, tra rivalità potenzialmente mortali e tentativi di ottenere l'amicizia delle figure che detengono il "potere" all'interno della gerarchia che si viene a formare tra ore d'aria e lavoretti da poco conto pur di sopravvivere; equilibri, quelli portati in scena, davvero precari e destinati a spezzarsi con estrema facilità.

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Conclusione

Escape at Dannemora: Benicio Del Toro in una scena

Escape at Dannemora, soprattutto sul finale, risulta una visione a tratti frustrante che solo nelle ultime due puntate rende chiara la personalità dei due protagonisti e delinea con maggiore attenzione le dinamiche esistenti tra i personaggi interpretati con convinzione da Benicio del Toro e Paul Dano. La ricostruzione dei crimini che li ha portati alla condanna e i comportamenti durante l'evasione ribaltano un po' le carte in tavola, svelando lati inaspettati di entrambi, e i due attori gestiscono senza sbavature i cambiamenti.
A conquistare però le luci della ribalta è Patricia Arquette con la sua Tilly, sospesa tra una donna annoiata e preda delle sue fantasie e una colpevolezza un po' subdola radicata nel suo passato.
Stiller, di nuovo impegnato dietro la macchina da presa, sa valorizzare bene i suoi interpreti, non agevolati dalla sceneggiatura, tuttavia il progetto paga il prezzo di una narrazione che in più passaggi appare ripetitiva e avrebbe forse mantenuto alta l'attenzione senza eccessive difficoltà se diluita in un paio di puntate in meno rispetto alle sette prodotte.

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Beatrice Pagan
Redattore
3.5 3.5
Cinecittà World
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