È opinione abbastanza comune che, di tutte le serie realizzate in joint venture fra Netflix e Marvel Television, quella dedicata al diavolo rosso di Hell's Kitchen, Daredevil, sia la più riuscita. E non è difficile capire perché: il tono è quello ruvido, crudo, tipico dei fumetti di Frank Miller che, nel caso di questa versione televisiva delle avventure del personaggio, non è una sterile, scolastica riproposizione di uno stilema artistico e visivo di cui si sarebbe potuto tranquillamente fare a meno nel passaggio dalle tavole allo schermo, ma un elemento portante della narrazione.
Il rapporto fra il vigilante mascherato di Matt Murdock e la città di New York non può prescindere da una certa oscura e sanguinosa visceralità visiva. È una parte integrante della storia così come, per Spider-Man, lo è il parlare prima della vita scolastica di Peter Parker e poi di quella professionale al Daily Bugle.
Non a caso, quando l'avventura dei personaggi Marvel "opzionati" da Netflix per le varie serie TV esclusive è giunta al termine, nessuno ha pianto fiumi di lacrime perché le avventure di Iron Fist o Luke Cage non sarebbero proseguite, ma in molti hanno storto il naso al pensiero che proprio Daredevil non avrebbe avuto un prosieguo, anche per via delle limitazioni contrattuali che impedivano ai Marvel Studios di fare quello che volevano con un loro personaggio.
Poi però sappiamo che a Hollywood funziona un po' come al Jurassic Park di John Hammond: life finds a way, la vita vince sempre. E così Daredevil è rinato su Disney+ con una serie che neanche troppo casualmente s'intitola Daredevil: Born Again. Un po' perché è effettivamente così, un po' perché, ancora una volta, il riferimento principale è sempre Frank Miller.
Il dominio di Wilson Fisk
Questa seconda stagione (la terza è già in cantiere) continua ad affrescare a tinte foschissime la storia di una Grande Mela diventata ormai il dominio incontrastato di Wilson Fisk, ormai eletto sindaco. Kingpin tiene New York sotto scacco anche tramite l'istituzione di una vera e propria milizia privata, la Anti-Vigilante Task Force, per dare la caccia ai vigilanti mascherati, in primis al nemico pubblico numero uno, Daredevil.
E non solo: questa costola delle forze dell'ordine diventerà anche uno spietato strumento impiegato da Fisk per reprimere ogni moto dissidente. Naturalmente, però, Matt Murdock farà tutto quello che sarà in suo potere per abbattere l'impero corrotto di Kingpin e salvare la sua città.
Qualche lungaggine di troppo
Per certi versi la seconda stagione di Daredevil: Rinascita, così come la prima, riesce a racchiudere al suo interno tutto il bello e il brutto della moderna serialità televisiva via streaming. Quella composta da produzioni che, rispetto a quanto avveniva anche solo fino a una decina di anni fa, hanno un numero drasticamente inferiore di puntate per ogni stagione - dalle 6 alle 10 - contrariamente ai 15-25 episodi che, per "secoli e secoli", hanno contraddistinto la TV lineare.
Quindi, di bello, abbiamo che ogni episodio di Daredevil: Rinascita è studiato e architettato come un mini film, strutturalmente, visivamente, artisticamente. Questo perché ormai viviamo un momento in cui le principali proposte per il piccolo schermo, pur in un contesto di tagli diffusi ai costi anche a Hollywood, devono sempre mostrare i muscoli per non apparire più piccole rispetto alla concorrenza.
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Tutto questo ha un rovescio della medaglia che si nota nitidamente nel modo in cui delle narrazioni che si sarebbero potute sviluppare in 4 ore (o, fino a una manciata di anni fa, in un film magari un po' più lungo della media) vengono tirate eccessivamente per le lunghe, con sottotrame e dinamiche stiracchiate. Ed è questo il principale difetto di Daredevil: Rinascita. Che però, va detto, ha anche svariate frecce al suo arco.
Una serie che coglie lo zeitgeist del momento
Se c'è una cosa che, sia per caso sia per accortezza affabulatoria, il Marvel Cinematic Universe è spesso riuscito a fare è cogliere lo spirito di un dato momento storico. Ecco, guardando Daredevil: Rinascita stagione 2 è praticamente impossibile non notare alcuni parallelismi con la recente cronaca d'Oltreoceano. Al netto della difficoltà di farsi un'opinione scevra da condizionamenti di sorta - perché la cronaca di cui sopra è sempre più contaminata da una serie infinita di fattori - è impossibile non notare certe somiglianze tra la Anti-Vigilante Task Force e la United States Immigration and Customs Enforcement.
Più nota come ICE. Con la violenza e la spregiudicatezza al di sopra della legge dimostrate da questa milizia che pare, in tutto e per tutto, simile a quella esibita dall'ICE in un contesto dove le forze dell'ordine hanno comunque, per mille motivi diversi, modalità d'ingaggio ben diverse da quelle a cui siamo abituati in Europa. Un commento sociale che si estende anche alla maniera in cui il dissenso viene narrato e vissuto, anche e soprattutto attraverso contenuti "virali" affidati a internet.
Wilson Fisk domina la scena
Poi, senza nulla togliere a Charlie Cox, Deborah Ann Woll e ai loro colleghi e colleghe in scena, c'è lui: Vincent D'Onofrio col suo Wilson Fisk. Se stessimo parlando di un film, sarebbe uno di quei casi in cui l'utilizzo di espressioni trite o ritrite come "vale da solo il prezzo del biglietto" sarebbe giustificato dalla prima all'ultima sillaba.
La sua interpretazione di Wilson Fisk è, come sempre, esemplare. È un animale rabbioso costretto a contenersi pubblicamente, ora anche più di prima, dato che veste i tanto desiderati panni di sindaco di New York. Panni che però contengono a fatica una furia mitigata solo ed esclusivamente dall'amore assoluto che prova nei confronti di sua moglie Vanessa. Vincent D'Onofrio è davvero uno di quegli attori spesso troppo sottovalutati ed è bello vederlo valorizzato presso il grande pubblico in produzioni come quelle del Marvel Cinematic Universe.
Produzioni dove anche icone pop come i supereroi e i villain del pantheon della Casa delle Idee possono nascere a nuova vita grazie agli attori che, via via, li portano in scena. A volte bene, a volte male. Nel caso di D'Onofrio, più che dalle parti del "bene", siamo in quelle del magistrale.
Quando arriverete all'ultima puntata è probabile che vi ritroverete a guardare lo schermo con un'espressione simile a quella dell'emoji con gli occhi spalancati. Non per lo stupore. Ma per lo shock.
Conclusioni
La rinascita di Daredevil continua su Disney+ con la seconda stagione di una serie che conferma quanto di azzeccato e apprezzato avevano fatto le prime due su Netflix. E lo fa proseguendo nell'allargamento di un discorso che trasforma la New York e la Hell's Kitchen del Diavolo Rosso in un'allegoria di alcune recenti dinamiche salite ai – tragici – onori della cronaca d'Oltreoceano. Vero è che quest'arco narrativo di quasi 8 ore poteva essere raccontato nella metà del tempo, ma ormai sappiamo come funziona la serialità streaming.
Perché ci piace
- Daredevil: Rinascita continua a essere uno spaccato a sé del Marvel Cinematic Universe
- L'estetica grezza e la violenza: non elementi fini a sé stessi, ma specifici della storia
- Come si suol dire “bravi tutti”, ma Vincent D'Onofrio gioca un'altra partita rispetto a tutti
Cosa non va
- Alcune lungaggini eccessive e ripetizioni nei momenti espositivi