Probabilmente non è mai successo prima del "caso" Josh e Benny Safdie che due fratelli registi facessero un biopic "sportivo", per di più nella medesima annata cinematografica e per di più come rispettivi debutti delle carriere in singolo. La convergenza diventa ancora più interessante se si prende in considerazione il fatto che l'utilizzo della disciplina è differente e la declinazione della parabola dei protagonisti praticamente opposta, nonostante più di qualche elemento li accomuni.
I titoli di cui parliamo sono The Smashing Machine, vincitore del Leone d'Argento per miglior regia a Venezia 82, diretto da Benny, e Marty Supreme, uno dei titoli più celebrati dell'anno e lanciatissimo per la stagione dei premi, diretto da Josh. Entrambi sono firmati A24 e frutto delle voglie, differenti, di aggiornare il medesimo classico racconto sportivo nordamericano, ricco di significati simbolici seminali per il cinema del secolo scorso e ormai ben riconoscibili al pubblico internazionale.
Se dovessimo paragonare i film potremmo facilmente pensare all'immagine dei due protagonisti a confronto: da una parte Dwayne "The Rock" Johnson e dall'altra Timothée Chalamet. Un omone e un folletto ossessionati dalla consacrazione definitiva nel mondo hollywoodiano, in nome della quale hanno scelto due diverse strategie: uno ha scelto di destrutturare completamente la propria figura, sparendo nel personaggio; l'altro di doparla, anche a costo di mangiarsi l'interpretazione.
Il cinema sportivo dei Safdie: adesso o mai più
I Safdie, nonostante la giovane età, vantano un palmarès di tutto rispetto, all'interno del quale si può rintracciare una buona produzione documentaristica e un ancor più proficua filmografia fiction. Un quadro che ha regalato loro prima il riconoscimento come autori cinefili dall'animo artigiano - tutti e due hanno ricoperto varie mansioni come quella del montatore, del dop e del mixer del suono - e capaci di una certa impronta stilistica e, dopo, anche il successo tra il grande pubblico.
I fratelli sono in sostanza divenuti delle firme di culto nel cinema indipendente statunitense e il fatto che questo movimento stia in questi tempi conoscendo prestigio e considerazione in patria ha allineato le stelle per permettere loro di fare un passo avanti. Non sorprende, dunque, che abbiano trovato terreno fertile per il primo lavoro in autonomia, anche se un fil rouge tra loro è rimasto, sintomo di un legame artistico forse indissolubile.
Entrambi hanno preso a piene mani da quel tipo di cinema che ha raccontato la lotta dell'underdog contro il sistema capitalista ed elitario per la conquista di quel Sogno Americano oggi sostanzialmente defunto, almeno dal punto di vista valoriale. Un trauma la cui elaborazione è essenziale per la percezione di se stessi di una certa generazione statunitense che non riesce a staccarsi da esso o che comunque non riesce a riconoscersi senza affrontarlo. Un bisogno comune con finalità diverse.
The Smashing Machine e Marty Supreme: gemelli diversi
In The Smashing Machine, Benny si ispira alla vita di Mark Kerr, un artista marziale che ha fatto la Storia della disciplina poco prima che divenisse uno sport d'impatto mondiale, per raccontare una vicenda dalla forte impronta realistica di un fragilissimo colosso che trova nel cedere un sollievo mai provato prima. Dwayne Johnson diventa il corpo scolpito - ma drogato - da demolire così da permettere all'anima di trovare pace. Una sorta di "Rocky rovesciato".
Per Marty Supreme invece Josh guarda alla vicenda di Marty Reisman, al quale cambia il cognome e lo rende un mix tra Frank Abbagnale e la versione per famiglie di Henry Hill. Il titolo testimonia la passione per il regista soprattutto per Scorsese, che però accelera a dismisura, sia nella successione delle situazioni che nella struttura dei dialoghi - chi ha detto overlapping? -, accentrando tutto intorno a un Timothée Chalamet potenziato come non mai. Lui è in missione: sconfiggere un ordine impossibile da sconfiggere, se non attraverso la voglia di non dargliela vinta.
All'interno della medesima costellazione, i Safdie ci mostrano le due facce dello stesso, sofferente, Paese. Nel primo caso si avverte la necessità dello smarcamento da un ruolo che "dà dipendenza", ma crea sofferenza e solitudine, mentre nel secondo c'è la celebrazione di una triste - quasi patetica - ottusità, che nella visione statunitense però nasconde un riscatto sul piano umano fondamentale per ripartire. Due visioni aggiornate e straordinariamente puntuali per cercare di capire - in primis dalle nostre latitudini - lo stato d'animo reale degli Stati Uniti odierni.