Borat: Subsequent Moviefilm, recensione: Sacha Baron Cohen e il virus dell’ignoranza

La recensione di Borat: Subsequent Moviefilm, folle e dissacrante sequel che arriva direttamente su Amazon Prime Video.

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Borat: Subsequent Moviefilm, una scena con Sacha Baron Cohen

Correva l'anno 2006 (inizio 2007 per l'Italia), e le sale del mondo intero furono travolte da un inatteso, stravagante, irresistibile personaggio. A quattordici anni di distanza è tornato, ragion per cui state leggendo questa recensione di Borat: Subsequent Moviefilm (titolo che in realtà non viene mai usato nel film stesso, che ne propone diversi in più punti, tutti improbabili e volutamente lunghi e contorti). Un ritorno che pochi si aspettavano, dato che Sacha Baron Cohen, creatore e interprete del personaggio, aveva più volte ribadito che non l'avremmo più rivisto perché il principio che faceva funzionare la figura di Borat (così come quelle di Ali G e Brüno, le altre due creazioni simili del comico inglese) era l'idea che nessuno fosse al corrente della beffa ai danni degli intervistati di turno. Eppure il ritorno dell'improbabile giornalista kazako era proprio ciò di cui avevamo bisogno in un anno fuori categoria come il 2020, soprattutto alla luce di una situazione politica americana decisamente peggiore di quella che Borat mise a nudo ai tempi. È anche il motivo per cui il nuovo film arriva direttamente su Amazon Prime Video, per far sì che il maggior numero possibile di persone lo veda prima dell'elezione presidenziale del 3 novembre.

Un nuovo incarico

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Borat: Subsequent Moviefilm, una scena

La premessa di Borat: Subsequent Moviefilm riconosce il grande successo del prototipo, che era presentato come un documentario. Nello specifico, parte dal presupposto che le obiezioni del Kazakhistan a come fosse rappresentato il paese in Borat - Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan siano più o meno le stesse nel mondo fittizio: il paese è diventato oggetto di scherno, le esportazioni - potassio e peli pubici - sono crollate e il malcapitato giornalista è stato condannato ai lavori forzati. Questo nel 2006, ma nel frattempo le cose cambiano: Barack Obama conquista la Casa Bianca nel 2008, e nel 2016 gli subentra "McDonald Trump" (come lo chiama Borat), noto per i suoi rapporti amichevoli con vari dittatori. Il primo ministro kazako aspira a una relazione simile, e fa liberare Borat per mandarlo una seconda volta negli Stati Uniti, per recapitare un regalo a Trump o a chi per lui, basta che sia una persona influente (come ad esempio il vicepresidente, "Michael Penis"). Non potendosi più avvalere dell'aiuto del suo fidato produttore Azamat (la cui assenza è giustificata in modo gloriosamente ridicolo ed eccessivo), il giornalista sarà accompagnato dalla figlia Tutar, una situazione non proprio ideale date le posizioni notoriamente retrograde di Borat su tutto ciò che riguarda il genere femminile.

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Essere Sacha Baron Cohen

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Borat: Subsequent Moviefilm, Sacha Baron Cohen durante una scena

Tra gli elementi più affascinanti del film c'è senz'altro il fatto di vedere Sacha Baron Cohen vittima del proprio successo, elemento potenzialmente deleterio per un attore camaleontico che, sulla falsariga di Peter Sellers, ha l'abitudine di non presentarsi quasi mai senza trucco, costume e accento posticcio. Questo rende ancora più miracoloso l'aver potuto girare il film relativamente di nascosto (l'annuncio ufficiale del progetto è arrivato circa un mese prima dell'uscita, dopo che nei mesi precedenti c'erano stati degli avvistamenti di Borat per le strade di Los Angeles). Relativamente, perché in un meraviglioso cortocircuito il successo fittizio e quello reale si fondono, e Borat è costretto prima a nascondersi quando i passanti lo riconoscono (rispondendo "No, non sono lui"), e poi a ricorrere a diversi travestimenti per portare a termine la sua missione. E in quel momento l'imbranato giornalista si trasforma in Sacha Baron Cohen, e non è più possibile sapere dove finisce uno e inizia l'altro. Era l'unico stratagemma possibile per far tornare in scena Borat, e quel ritorno era necessario.

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Borat: Subsequent Moviefilm: una scena

Sì, perché chi meglio di lui per mettere a nudo i difetti della società americana in un periodo come questo, girando in piena pandemia e riuscendo ancora una volta a far dire cose più o meno scioccanti ai suoi interlocutori (ma in questo caso c'è anche un momento positivo che mette alla prova l'antisemitismo di Borat, e pare che eccezionalmente Baron Cohen abbia informato la persona in questione circa la vera natura del progetto). L'autore e attore sostiene di aver voluto riesumare il personaggio per contrastare il nuovo clima di odio creatosi anche tramite i social, e l'attacco nei confronti del lato peggiore dell'America è feroce, spiazzante ed esilarante, con vette di grottesco che raggiungono e talvolta superano momenti analoghi presenti nel primo film (è già cult il raduno dove il protagonista, fingendosi cantante, trasforma in motivetto le dichiarazioni razziste udite la sera prima). E se nel 2006 la cosa più temibile per il creatore di Borat era la possibilità di una querela (motivo per cui, quando vinse il Golden Globe, iniziò il suo discorso dicendo "Voglio ringraziare tutti gli americani che non mi hanno ancora fatto causa"), qui il rischio è rappresentato non solo da quel nemico invisibile che è il virus, ma anche il morbo dell'ignoranza che può tramutarsi in violenza. La prosecuzione logica non solo del primo film, ma anche della serie che Baron Cohen, insieme a collaboratori che non a caso hanno firmato la sceneggiatura del sequel, ha realizzato due anni fa per Showtime, il cui titolo tradotto diceva già tutto: chi è l'America?

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Padre e figlia

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Borat: Subsequent Moviefilm, un momento del film

Ma non ci sono solo momenti di scioccante imbarazzo o gag perfettamente calibrate (a cominciare dal cartello iniziale che sconsiglia la visione ai bambini di età inferiore ai tre anni), per quanto questi siano gli elementi con cui Baron Cohen è solito vendere i propri progetti (vedi anche Il dittatore, che rinunciò alla struttura del mockumentary ma per il resto non era tanto dissimile da quanto visto prima). C'è anche una certa tenerezza, che già nel primo film si poteva intuire nel rapporto tra Borat e Azamat, e qua è accentuata tramite la figura di Tutar, una delle rivelazioni comiche dell'anno. Certo, si ride parecchio (e non possiamo fare a meno di consigliare la visione in lingua originale perché la prima, micidiale battuta di lui quando incontra lei non funziona con la traduzione), ma c'è anche molta sincerità nel voler esplorare un rapporto umano a suo modo genuino, per quanto condizionato dal bigottismo di un personaggio che è lo specchio di tutti coloro che di fronte a lui esprimono liberamente pensieri che vanno dal controcorrente alla follia pura. Una follia che si è accumulata sempre di più negli ultimi anni, rendendo questo sequel una catarsi di 96 minuti e la distillazione cinematografica definitiva di tutto l'anno 2020.

Conclusioni

Si giunge alla fine della recensione di Borat: Subsequent Moviefilm, sequel inatteso e miracoloso che racconta l'America di oggi con una ferocia maggiore rispetto al capostipite, complici le circostanze straordinarie in cui è stato girato. Un vero e proprio tour de force per Sacha Baron Cohen.

Movieplayer.it
5.0/5
Voto medio
2.0/5

Perché ci piace

  • Le gag sono, come sempre, calibrate al millimetro.
  • Le risate vanno di pari passo con l'imbarazzo con grande precisione.
  • Borat rimane una grande maschera comica.
  • L'aggiunta della figlia rende ancora più divertente la premessa.

Cosa non va

  • Peccato non poterlo vedere in sala.
  • Chi non apprezza la comicità di Sacha Baron Cohen non si ricrederà con questo film.