Come nasce un mito? E come riesce a resistere al tempo, a 45 anni di distanza? Bianco, rosso e Verdone non ha certo bisogno di presentazioni. Uno dei film più citati e amati di Carlo Verdone, che da Via dei Pettinari, affacciandosi sul Tevere, è diventato simbolo nazional-popolare. Uscito nel 1981, appena un anno dopo Un sacco bello, che aveva consacrato il talento dell'autore romano, è già un'opera matura, capace di mescolare risata e malinconia.
Accanto a Verdone c'è ancora una volta l'"ala protettiva" di Sergio Leone, anche se il regista de Il buono, il brutto e il cattivo nutriva inizialmente qualche dubbio sulla pellicola. Non solo per il successo improvviso e quasi travolgente di Un sacco bello, che temeva potesse restare un caso isolato, ma anche per una curiosa scaramanzia: nel 1972 Sofia Loren era stata protagonista di Bianco rosso e..., titolo molto simile che si rivelò un flop clamoroso (e infatti oggi in pochi lo ricordano).
Bianco, Rosso e Verdone: un on-the-road divenuto culto
Bianco, Rosso e Verdone è un road movie diviso in tre episodi; tre personaggi interpretati tutti da Verdone, ciascuno a bordo di un'auto di colore diverso, richiamo esplicito al tricolore italiano. E tutti partono per andare a votare in una giornata elettorale. Si comincia con Pasquale, emigrato a Monaco di Baviera, che rientra in Italia per votare e finisce culminando il viaggio in una sorta di comizio surreale sulle contraddizioni del Paese.
Il secondo segmento è forse il più celebre: quello di Furio, il "villain" del cinema verdoniano. Le manie ossessive della maschera, soffocanti e ossessive, mettono a dura prova la povera Magda (Irina Sanpiter). Il tormentone di Furio e Magda è rimasto nella memoria collettiva, tanto da essere ripreso più volte dallo stesso Verdone negli anni successivi. Infine c'è Mimmo, il personaggio più amaro e tragicomico. Lo avevamo già incontrato in Un sacco bello: qui viaggia da Verona a Roma su una Fiat 1100 insieme alla madre, la Sora Lella (Elena Fabrizi), incarnazione di una maternità ingombrante e di una mascolinità italiana incapace di emanciparsi. Nel loro percorso incontrano il "Principe", figura memorabile interpretata da Mario Brega. Il finale? Amarissimo
Tornando al principio, una curiosità: le perplessità di Leone si dissolsero dopo una proiezione privata organizzata a casa sua. Tra gli invitati ci sono Alberto Sordi, Monica Vitti e persino Paulo Roberto Falcão, all'epoca stella della Roma e simbolo degli anni Ottanta calcistici - poi ripreso nel bel romanzo di Bonvissuto, La gioia fa parecchio rumore. L'entusiasmo, soprattutto di Sordi per il personaggio di Furio, contribuì a rassicurare Leone, diventando uno dei titoli più amati di Verdone.
L'Italia malinconica di Carlo Verdone
Del resto, Bianco, rosso e Verdone è lo specchio di un'Italia che sta cambiando: un'Italia maschile, fragile, in crisi, messa alla berlina con cattiveria e precisione. È la cifra stilistica di Verdone: una comicità che non si esaurisce nella battuta, ma vira verso la riflessione, e talvolta pure verso il dramma. Altra curiosità, la colonna sonora fu composta da Ennio Morricone in appena tre giorni, a riprese terminate.
Il titolo, così esplicitamente "egoriferito", rivela la consapevolezza di un autore già formato alla sua seconda opera. E il pubblico, insieme alla critica, lo ha consacrato come un classico. Cosa resta, oggi, replica dopo replica? Probabilmente, la forza di un'opera che ha aperto una nuova fase del cinema italiano, imponendo Carlo Verdone come uno dei grandi interpreti della commedia nazionale, capace di far ridere e, nello stesso momento, di raccontare con lucidità le nostre fragilità.