Un tempismo perfetto quello di Benvenuti in campagna, la commedia con Maurizio Lastrico e Giulia Bevilacqua che arriva oggi al cinema. Perchè la metà di aprile, complici le giornate che si allungano e si riscaldano, è il momento perfetto per cominciare a sognare e progettare la fuga verso un altrove.
E il film intercetta proprio questo impulso: credere che basti cambiare scenario per ricominciare da zero. La famiglia Fontana però scoprirà rapidamente una verità più scomoda: il problema non è il luogo in cui vivi, ma ciò che ti porti dietro anche quando lo cambi. Perchè è facile favoleggiare su un altrove che è sempre edenico, la parte difficile è mettere davvero in discussione se stessi.
Dalla fuga urbana al sogno green: la trama di Benvenuti in campagna
I Fontana, Gerry (Maurizio Lastrico), ricercatore universitario precario, Ilaria (Giulia Bevilacqua), vigilessa stressata, e il figlio adolescente Giulio (Roberto Scorza), vivono in un piccolo appartamento della periferia romana.
Sfiancati dalla routine, dal traffico, da una casa ormai troppo piccola e dalle scarse prospettive di miglioramento, decidono di trasferirsi in un vecchio casale in campagna per inseguire uno stile di vita più autentico.
L'idillio però si scontra subito con la realtà: la casa è fatiscente e richiede lavori che loro non possono permettersi, la natura è ostile, i raccolti falliscono demoralizzando Ilaria, che già immaginava di poter vivere commerciando uova e zucchine.
I vicini li osservano con sospetto e ironia. L'insospettabilmente ricco Vanni (Luca Ravenna) darà loro l'iniziale illusione di potercela fare con poco sforzo, il "selvatico" Mauro (Andrea Pennacchi) li metterà invece in guardia, inascoltato. Se non dal piccolo Giulio, che troverà in quell'uomo per tutti inquietante una guida molto più solida e concreta di due genitori sull'orlo della crisi esistenziale.
Tra trivellazioni sbagliate, animali e incapacità di adattemto, la famiglia rischia di arrendersi a molto più che le difficoltà della campagna, ma, come in ogni commedia che si rispetti, toccare il fondo è sempre il preludio a una risoluzione inattesa e felice.
L'illusione del cambiamento: la lezione dimenticata di Seneca
"Lucilio, devi cambiare d'animo, non di cielo". Volendo regalare a Benvenuti in campagna lo spessore culturale che in realtà non ha, ci permettiamo di prendere in prestito da Seneca una frase che è qui perfetta chiave di lettura. L'idea, cioè, che non basti spostarsi fisicamente tra i luoghi per risolvere i propri dissidi interiori.
Il film costruisce tutta la sua narrazione su un equivoco moderno (ma non solo, quando Seneca scrive a Lucilio è il 65 d.C.) molto diffuso: la convinzione che la fuga dalla città e il ritorno alla natura siano la panacea di tutti i mali.
In realtà, come ben dimostra il caso della famiglia Fontana, non solo il corpo e le poche sostanze materiali li seguono in questa "vita nuova", ma anche stress, frustrazione e dinamiche irrisolte.
Un'intuizione buona, anche se non originale, che purtroppo questa commedia non sviluppa in tutto il suo potenziale.
Benvenuti in campagna sfiora il suo spunto di riflessione lasciandolo però emergere davvero solo tra una gag e l'altra, tornando poi continuamente su un terreno più leggero e certamente più rassicurante per il pubblico che sembra voler attirare. Quello cioè che è solo alla ricerca di un'evasione veloce, una visione che non pesa e non posa, un film insomma simile a tanti altri, in cui la trasformare la campagna, nel bene e nel male, in una visione da cartolina e da weekend.
Una commedia che sfiora il conflitto senza approfondirlo
In fondo è anche questa una scelta precisa: rimanere una commedia che osserva i suoi personaggi con affetto, senza mai metterli davvero alle strette. E soprattutto offrendo loro sempre una via di fuga (nonostante le frane e gli animali selvatici).
È lì che il film funziona meglio. Trovando il proprio ritmo nei piccoli disastri quotidiani, nelle aspettative che si sbriciolano una dopo l'altra, nei tentativi goffi di adattarsi a un mondo che i Fontana non hanno mai capito fino in fondo.
Maurizio Lastrico costruisce un Gerry sempre più disorientato, quasi incapace di trovare appigli non solo con la realtà che lo circonda ma anche con quel ragazzo avventuroso che è stato lui stesso molti anni prima. Giulia Bevilacqua tiene insieme i pezzi di una donna nervosismo che riesce però a sorprendere in primis se stessa tirando fuori un'insolita vena ottimistica, salvo poi vederla smontata pezzo dopo pezzo.
Intorno a loro, una realtà rurale che non è mai davvero nè l'idillio che favoleggia l'odioso Paperone di Luca Ravenna, nè quel microcosmo ostile che i nostri protagonisti percepiscono. La campagna del film è perfettamente interpretata dal Mauro di Andrea Pennacchi: faticosa ma anche generosa, se si è disposti a guardarla con occhi non viziati da altre vite.
La campagna tra realtà e stereotipo narrativo
Purtroppo questa visione dicotomica non trova mai un vero equilibrio e una vera soluzione nel film, che gallegggia (verbo più che mai indicato considerando il finale) in una zona intermedia, dove tutto può incrinarsi ma nulla si rompe davvero.
E così anche la campagna finisce per restare sospesa tra due immagini: da un lato luogo di fatica e imprevisti; dall'altro spazio simbolico dove, in qualche modo, le cose possono aggiustarsi. Senza però che questo processo venga davvero costruito, in una sceneggiatura che abbandona ogni tensione al realismo per sciogliersi in semplici soluzioni da commedia familiare.
Conclusioni
Benvenuti in campagna parte da un’intuizione solida (l’illusione che basti cambiare luogo per cambiare vita) ma sceglie di non portarla mai fino alle sue conseguenze più profonde. Preferisce restare dentro i confini rassicuranti della commedia, osservando i suoi personaggi con affetto e accompagnandoli verso una risoluzione che è più un riassestamento che una vera trasformazione. La campagna, così, non diventa mai davvero occasione di rottura, ma solo uno sfondo che amplifica fragilità già presenti senza costringere a risolverle. Ed è proprio qui che il film si ferma: suggerisce che il cambiamento debba essere interiore, ma non chiede mai davvero ai suoi protagonisti — né allo spettatore — di affrontarlo fino in fondo.
Perché ci piace
- La prova del cast è il vero punto di forza del film
- il tono resta sempre divertente
Cosa non va
- ... ma spesso diventa anche troppo leggero
- l'assoluta mancanza di realismo