Kane Parsons: "Backrooms? Nonostante tutto, noi possiamo ancora vedere il sole". Intervista

"I sentimenti negativi sono incoraggiati dal sistema", spiega il giovane regista che, grazie ad A24, ha portato al cinema le sue inquietanti backrooms.

Kane Parsons, regista di Backrooms

Una porta che non dovrebbe esistere, un'infinità di stanze e di corridoi e, secondo le note di regia, "un luogo al contempo familiare e sinistramente minaccioso". Non è da tutti avere vent'anni - o giù di lì - ed essere già tra i nomi di punta dell'horror contemporaneo, tanto da catturare l'attenzione di A24 che, nel 2023, ha posato gli occhi sul talento di Kane Parsons aka Kane Pixels. Parliamo di un regista che, nel 2022, sconvolse internet con un corto autoprodotto capace di totalizzare 20 milioni di visualizzazioni su YouTube. Al centro, la leggenda creepypasta delle backrooms - nata nel 2019 -: ambientazioni liminali e ordinarie che, nella loro irregolarità, conducono a una sorta di "privazione sensoriale".

Backrooms Intervista Kane Parsons
Kane Parsons sul set di Backrooms

"Per me, Backrooms è il risultato cumulativo di un esaurimento sociale nei confronti di questa monocultura industrializzata in cui stiamo scivolando", spiega Parsons, che incontriamo via Zoom in occasione dell'uscita in sala del suo esordio, Backrooms (dal 27 maggio). Al centro del film, ambientato nel 1990, c'è il venditore di mobili Clark (Chiwetel Ejiofor) che, per caso, scopre un varco nel seminterrato del suo showroom. Dall'altra parte, una sorta di extradimensione apparentemente infinita e senza uscita. Corridoi, stanze, luci al neon. Quando Clark scompare, la sua analista, la dottoressa Mary Kline (Renate Reinsve), finisce per essere indirettamente coinvolta.

Backrooms: Kane Parsons racconta il film

Kane, guardando il film è facile cogliere l'assonanza tra le backrooms e i social "Credo che, con un po' di fantasia, si possa dare una definizione di ciò che, diciamo, rappresentano le backrooms. Direi che i social media sono ovviamente un sintomo di alcuni fattori sistemici sociali più ampi che stanno emergendo proprio ora. Certamente ci si può ritrovare altrettanto disillusi e, in qualche modo, atomizzati e confusi rispetto al mondo, lasciando che i social media consumino troppo tempo. Questa è la mia interpretazione, forse pretenziosa, del paragone..."

"Viviamo atrofizzati, come i mobili", viene detto in Backrooms. Il cinema può aiutare a svegliarci dal torpore? "L'arte, e ciò che il cinema rappresenta come mezzo, è intrinsecamente fondata sul tentativo delle persone di trovare modi per elaborare la vita nel mondo. Lo scopo dell'arte è aiutare gli altri ad affrontare certe conversazioni. È un processo aperto. Non c'è un obiettivo. Non c'è un punto di arrivo. È terapeutico. Nel caso più pessimistico si può ragionare su ciò che avviene fuori dal contesto artistico, ma il cinema sta vincendo la sua battaglia. L'obiettivo non è tanto quello di creare un progresso tangibile quanto quello di favorire il dialogo culturale".

L'importanza della terapia

Si parla anche di terapia, di analisti. Ma senza una forte motivazione e predisposizione, nessuno di noi può essere salvato. Che ne pensi? "Senza esprimerlo in termini troppo concreti, per mantenere un certo margine di apertura, il film suggerisce che l'efficacia della terapia dipenda da molti fattori diversi. Quindi non direi che il film sia specificamente una critica o un'analisi della terapia come pratica. La storia si svolge nel 1990, quando l'impostazione della terapia non era la stessa con cui credo molte persone abbiano a che fare oggi. Ma direi che mi interessa soprattutto guardare ad alcuni fattori sistemici più ampi, che vanno oltre il semplice rapporto con se stessi: aspetti che la terapia, tipicamente - o almeno in quel momento storico - ometteva dalla propria struttura. Siamo persone influenzate dal mondo, e in questo momento esistono fattori sistemici più ampi che incoraggiano sentimenti negativi su scala di massa. E Backrooms punta un po' di più su questo aspetto".

I gabbiani di Backrooms

A proposito, a giudicare dalla nostra realtà, forse è addirittura meglio vivere nelle backrooms? "Ognuno è libero di decidere per sé, ma penso che sarei molto preoccupato da una società che finisse davvero per preferire quel mondo immaginario alla realtà attuale. Credo che, nonostante tutti i paragoni che si possano fare e tutti i mali di oggi, almeno noi possiamo vedere il sole. C'è ancora spazio per correggere la rotta, se riuscissimo in qualche modo a trovare il modo di farlo. Altrimenti, lo scenario finale sarebbero le backrooms stesse".

Una curiosità: i gabbiani nel film sono un elemento centrale. Perché? "Non posso rispondere o dare spiegazioni. Devo lasciare che siano le persone a capirlo da sole. È una di quelle cose che rientrano nella categoria dei misteri da svelare".