"Non esistono matti, esistono giovani fragili che hanno bisogno di sostegno". Questo è il mantra ripetuto dai medici dell'unità francese di psichiatria adolescenziale 15/18 guidata dall'esperto Étienne, alle prese con ragazzi violenti, aspiranti suicidi, trans e lesbiche, adolescenti bulimiche o affamate di sesso per attirare l'attenzione di genitori altrettanto problematici.
E 15/18 è il titolo originale scelto dal regista Cédric Kahn per A Place to Heal. Un titolo che racchiude il duplice intento del film il quale non solo fornisce uno spaccato incentrato su una specifica fascia d'età, ma a tratti allarga il discorso sulle origini del malessere dei giovani puntando il dito contro la società violenta e contro l'egoismo di certi genitori, tanto ripiegati su se stessi da non accorgersi della sofferenza dei loro figli.
Il malessere giovanile è il malessere della società francese nel racconto di Cédric Kahn
Da La classe a I ragazzi del coro, il cinema francese ci ha offerto ritratti corali sulla gioventù di grande potenza. Non è da meno A Place to Heal, che fornisce uno spaccato giovanile calato in un contesto drammaticamente specifico come l'ospedale psichiatrico. Pur ritagliandosi il ruolo di Étienne, direttore del reparto, Cédric Kahn e la sua equipe restano per lo più in disparte, lasciando che al centro dei riflettori siano i giovani protagonisti e i loro straordinari interpreti.
Il film si apre in medias res col ritorno di Lucia (Malou Khebizi), paziente abituale del reparto segnata da una relazione conflittuale con la madre e da una precoce procacità che la spinge a usare il sesso come strumento di comunicazione o, più spesso, richiesta di aiuto. Da Lucia, l'attenzione si sposta sugli altri pazienti, dallo schizofrenico Ulysse (Raphaël Besson), che vive in un mondo tutto suo fatto di bombe, combattimenti e apocalissi, a Marvin (Daoud Gary), ricoverato in seguito a un grave attacco psicotico e allucinatorio, dalla logorroica Charline (Patience Munchenbach) alla taciturna Eloïse (Zoé Monpart), autolesionista dopo una molestia sessuale subita a 12 anni che ha sepolto nel suo inconscio.
La forza del film nasce dallo stile documentaristico
Come anticipato, Cédric Kahn trascina lo spettatore nel cuore del reparto neuropschiatrico in cui il film è ambientato filmando i dialoghi tra pazienti e gli incontri coi medici con stile immediato e trascinante. La macchina da presa pedina i giovani protagonisti, scrutandone volti e corpi, seguendone le mosse, scrutandone i sentimenti che trapelano dai loro sguardi per trasmettere tutta la loro sofferenza. L'impatto da cinéma vérité dà i suoi frutti, tenendo lo spettatore incollato allo schermo mentre i ragazzi scherzano, litigano, piangono o danno di matto urlando tutto il loro dolore.
Dolore da cui gli adulti, ovviamente, non sono immuni. A fronte di operatori esperti come Étienne o la schietta infermiera Carole, che ha il volto solare di Sophie Guillemin, c'è spazio per la crisi del dottorino inesperto, che medita di mollare tutto dopo un incontro troppo acceso con Lucia, e non mancano neppure divergenze tra i sanitari sull'approccio terapeutico da seguire. L'approccio documentaristico di Cédric Kahn nasce dai lunghi anni di ricerca sul tema che l'ha portato a confrontarsi con medici e pazienti, usando la psichiatria come specchio dei malfunzionamenti della nostra società e questa patina di realismo rende il film ancor più vitale, amplificandone l'impatto.
La guarigione possibile in un finale liberatorio
Senza anticipare troppo, l'impianto corale di A Place to Heal, nell'ultima parte, lascia spazio a un focus a due che coinvolge Eloïse ed Enzo (Kenji Peyran), ribelle diciassettenne di cui Lucia è invaghita ricoverato dopo aver accoltellato un educatore. Dal generale, il regista si concentra sul particolare abbandonando il reparto per seguire un singolo percorso di rinascita all'esterno delle mura protette dell'ospedale e a contatto con la realtà. Perché, come lascia intendere il film, la parte più difficile, spesso, non è il ricovero in ospedale, ma il ritorno in famiglia alla vita di sempre.
Conclusioni
Un nuovo potente ritratto della gioventù francese ambientato, stavolta, in un ospedale psichiatrico. Con approccio documentaristico, Cédric Kahn racconta la quotidianità del reparto dedicato alla fascia 15/18, ritagliandosi il ruolo del direttore sanitario. Tra drammi esistenziali, confusione sessuale, bulimia e violenza, il risultato è un film travolgente e altamente drammatico con un finale che, a sorpresa, abbandona la coralità per concentrarsi su una rinascita individuale.
Perché ci piace
- Una storia potente e drammatica che racconta la malattia mentale nei giovani senza artifici.
- Lo stile visivo e il taglio documentaristico, capaci di amplificare la potenza del racconto.
- Il cast giovanile è praticamente perfetto.
Cosa non va
- Non è certo un difetto, ma l'interruzione improvvisa dell'andamento corale della storia per concentrarsi su un singolo risulta spiazzante.