Di nuovo alla Mostra di Venezia, ma stavolta nei panni di un disastrato maestro di tennis che ha compito di allenare un ragazzino poco promettente, Pierfrancesco Favino ammette di seguire con passione il tennis e di trovare l'ascesa di Sinner una vicenda molto cinematografica, ma non sarà a lui a interpretarlo.
"Amo il tennis, anche se è un amore non corrisposto e sono molto interessato al nuovo boom che ha portato l'Italia ai vertici" dichiara l'attore, ospite alla Mostra del Cinema di Venezia per presentare Il maestro, pellicola parzialmente autobiografica che riflette l'esperienza agonistica non proprio rosea del regista Andrea Di Stefano. "Mi appassiona la carriera di Sinner, un film su di lui sarebbe una grande idea. Trovo molto interessante il fatto che venga da una zona che non è associata al tennis, è cinematografica l'idea che Sinner nasca in un luogo non preposto. Non tutto è interessante per il cinema, c'è bisogno di qualche contrasto. Ma scordatevi che sia io a interpretarlo" conclude scherzosamente.

La metafora dello sport come insegnamento di vita
Diretto da Andrea Di Stefano e scritto a quattro mani con Ludovica Rampoldi, in uscita il 13 novembre distribuito da Vision Distribution "durante le finals", come sottolineano i produttori, Il maestro racconta l'ambizione di un padre per il figlio tredicenne, a suo vedere potenziale campione di tennis in erba, che lo spinge a ingaggiare un maestro di tennis che accompagni il figlio in una serie di tornei estivi. Il maestro in questione, però, ha un passato difficile e non è la persona più equilibrata del mondo.
Il film si apre con una scherzosa dedica al padre di Andrea Di Stefano. Come chiarisce il regista, "molte scene del film sono situazioni che ho vissuto. La pellicola rende omaggio a un incontro fortunato durante l'adolescenza con un maestro di tennis che mi ha detto una cosa che mi ha aiutato a crescere".

L'insegnamento che si può trarre del film, tanto più prezioso nella società odierna dell'individualismo e dell'ossessione per i vincenti, è che bisogna imparare a perdere, come ribadisce Pierfrancesco Favino: "come dice il film, due sconfitti fanno una vittoria. Oggi che c'è una ossessione narcisistica per il successo, se non si primeggia non si esiste. Il film ci mostra che si può esistere anche se non si ha successo. Nella mia carriera ho avuto tanti maestri, anche casuali, Alcuni li ho cercati, altri sono arrivati all'improvviso. Mi piace ricordarne uno in particolare, in accademia, Stefano Valentin, un insegnante di danza. Come potete notare, la danza non è il mio forte, ma lui ti insegnava a trovare la musica dentro di te ed è ciò che dice anche questo film".
Ma nel lavoro Favino è uno che attacca o preferisce giocare in difesa? "Sono più dedito alle palle corte, a cambiare ritmo e a divertirmi, ma mi frega il fatto che sembro un pallettaro".