Evangelion, la confessione di Hideaki Anno: "Stavano discutendo su come uccidermi dopo il finale"

Il finale originale di Neon Genesis Evangelion è stato un evento capace di ridefinire l'animazione giapponese e, parallelamente, di mettere in ginocchio il suo creatore.

Una scena di Evangelion

Il discusso finale di Neon Genesis Evangelion non ha solo diviso i fan, ma ha travolto il suo autore. Hideaki Anno ha raccontato anni dopo le minacce ricevute e il crollo personale, rivelando il lato più oscuro del successo.

Un finale che divide e una reazione che supera ogni limite

Quando Neon Genesis Evangelion si è concluso, il pubblico si è spaccato in due. Da un lato chi ha letto negli episodi finali una chiusura radicale e coerente con l'anima dell'opera; dall'altro chi li ha percepiti come un tradimento narrativo, un esperimento incomprensibile che abbandonava ogni appiglio tradizionale. In mezzo, Hideaki Anno, travolto da una reazione che ha rapidamente superato il confine della critica.

Neon Genesis Evangelion
Neon Genesis Evangelion: l'Eva 01 in azione

Anni dopo, il regista ha raccontato con lucidità e dolore quel periodo, spiegando quanto l'impatto emotivo sia stato devastante. "Ero distrutto dopo il finale della serie. Pensavo di aver fatto del mio meglio per il mondo e per i fan dell'anime. Sentivo di aver fatto un buon lavoro. Ma gli spettatori hanno creduto che fossi stato superficiale e poco attento. Ci sono state moltissime critiche". Parole che descrivono uno scarto violento tra intenzione autoriale e percezione pubblica.

Ma il dissenso non si è fermato al giudizio estetico. Anno ha rivelato di aver ricevuto vere e proprie minacce, amplificate da un clima di anonimato che Internet già allora sapeva garantire. "C'erano minacce di morte online. Discutevano del modo migliore per farlo. Le persone pensavano a come uccidermi. Quando ho visto tutto questo, ho perso la volontà di vivere. Non volevo più lavorare nell'animazione". Un racconto che trasforma la polemica su un finale televisivo in un caso emblematico di violenza simbolica e psicologica.

Il confine tra passione e possesso, nel fandom, si è rivelato fragilissimo. Evangelion non era più soltanto una serie: era diventata una proiezione collettiva, e qualsiasi deviazione da ciò che il pubblico desiderava è stata vissuta come un affronto personale.

Perché Evangelion ha fatto infuriare i fan

Le ragioni della rabbia sono radicate nella natura stessa del finale. Evangelion rifiutò una conclusione convenzionale, scegliendo di abbandonare lo scontro esteriore per concentrarsi quasi esclusivamente sul caos interiore di Shinji. Una scelta nata da fattori concreti: problemi produttivi nello studio Gainax e, soprattutto, la depressione che Anno stava attraversando in quel periodo.

Neon Genesis Evangelion Shinji Ikari
Neon Genesis Evangelion: Shinji in una scena

Gli episodi 25 e 26 spostano il baricentro del racconto dalla trama "terrena" a un'indagine psicologica astratta, fatta di immagini frammentate, monologhi interiori e simboli. Per molti spettatori, questo significò sentirsi privati di un epilogo riconoscibile. Non tanto per ciò che veniva raccontato, ma per come veniva raccontato: l'azione si dissolve, la forma si fa instabile, il mondo esterno smette di esistere.

Col tempo, è emerso che nemmeno Anno era del tutto in pace con quella chiusura. La sua evoluzione personale e creativa ha portato alle pellicole Rebuild, spesso lette come una rilettura più distaccata e, per certi versi, più serena dell'universo di Evangelion. Non meno complessa, ma meno schiacciata dal peso emotivo del momento in cui la serie originale venne concepita.

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Rivedere oggi quel finale significa anche rileggerlo alla luce di una consapevolezza diversa: Evangelion non è solo un anime di fantascienza o un manifesto filosofico, ma il documento di una crisi personale trasformata in linguaggio artistico. È proprio questa catarsi involontaria ad averlo reso irripetibile e, allo stesso tempo, così difficile da accettare per una parte del pubblico.

La storia di Neon Genesis Evangelion dimostra che le opere più influenti non nascono quasi mai da un equilibrio perfetto. A volte esplodono perché qualcuno ha messo tutto, anche ciò che faceva più male. E non sempre il mondo è pronto a reggerne le conseguenze.