In un mondo dell'intrattenimento affollato come quello degli ultimi anni, non si può pretendere l'originalità a tutti i costi, né crediamo che il pubblico se lo aspetti, a giudicare dai risultati di molti progetti, in un senso e nell'altro. Non ci stupisce né scandalizza, quindi, che un film come Whistle - Il richiamo della morte si affidi a meccanismi narrativi consolidati del genere di appartenenza, l'horror ovviamente, per arrivare al suo scopo: intrattenere con il suo macabro divertimento il suo target di riferimento.
E se riesce a farlo è per meriti che si evidenziano su più fronti, dalla regia di Corin Hardy a un cast guidato da Dafne Keen, nomi che riescono a seminare bene pur nel terreno poco fertile di una sceneggiatura che non scava molto nella profondità dei personaggi e poco inventa sul piano delle sorprese. Ma, come detto, non è quello che serviva a Whistle, che poggia il suo racconto e la sua serie di morti spettacolari sul più classico degli espedienti: un oggetto maledetto.
Un'antica maledizione azteca al centro del film
L'oggetto in questione è un antico manufatto azteco, uno strumento musicale usato per evocare la Morte e infondere terrore nel nemico in battaglia. Un oggetto che un gruppo di studenti delle superiori rinviene accidentalmente e che suscita nei ragazzi una morbosa curiosità, tanto da spingerli a suonare lo strumento, a soffiarvi all'interno, finendo per sfidare la morte: chiunque ascolti lo straziante suono emesso dall'oggetto antico, non fa altro che anticipare il proprio appuntamento con la Morte e alimentare un incubo da cui è impossibile scappare, diventando preda di quello che potremmo considerare il più pericoloso dei predatori che si mette a caccia dei malcapitati liceali.
Tanti giovani nel cast di Whistle e una guida come Nick Frost
Come si intuisce dalla trama e come è naturale per questo tipo di storie, al centro dell'intreccio ci sono diversi personaggi che ruotano attorno all'antico strumento azteco e che quindi rivestono a turno il ruolo di potenziali vittime. Un cast guidato da Dafne Keen, che avevamo conosciuto da giovanissima in Logan, accanto a Sophie Nélisse (altro volto noto che abbiamo visto in Yellowjacktes ma anche su grande schermo con 47 metri - Uncaged), Sky Yang, Jhaleil Swaby, Ali Skovbye e Percy Hynes White (apparso anche in Mercoledì di Netflix). Un variegato gruppo di giovani interpreti che assicura vivacità alla storia, ma che si avvale anche della guida spirituale di un volto noto e navigato come Nick Frost, che con il suo carisma regala quella necessaria marcia in più alle sequenze in cui è coinvolto.
Il rammarico è di aver solo accennato ad alcune interessanti dinamiche che riguardano i personaggi più giovani, di non aver sfruttato lo spunto per approfondire in misura maggiore il senso di insicurezza e la spinta al conformismo che l'età porta con sé. Se questi aspetti, così come le paure che l'adolescenza incarna, dal rifiuto all'inadeguatezza, vengono solo abbozzate dallo script, risulta abile in cast a muoversi negli spazi concessi, veicolando l'energia così come i dubbi dell'età nella loro prova.
Una mano sicura alla guida
Merito anche del regista Corin Hardy, già messo alla prova in campo horror da titoli come The Nun o The Hallow, che orchestra bene le dinamiche tra i personaggi, ma soprattutto ciò che dà il vero sapore a un film come Whistle: le sequenze cruente relative alle morti, ben coreografate e messe in scena, e i doverosi jump scare. La sua è una mano sicura che dà dignità al racconto, sopperendo con la costruzione cinematografica alle mancanze dello script, dando al pubblico che ama questo tipo di film ciò che si aspetta di trovare: sangue e creatività nel mostrare le vittime soccombere una a una, sequenze che sappiano tenere la tensione fino a sfociare nell'inevitabile salto sulla sedia, fino a un finale che apre le porte a proseguire la strada di Whistle e a un nuovo potenziale franchise horror.
Conclusioni
Whistle - Il richiamo della morte è un horror che funziona. Ha sì dei limiti di scrittura, con una sceneggiatura che si mantiene troppo in superficie nel dar spessore ai personaggi, ma si avvale anche di altre caratteristiche che sopperiscono a questa mancanza: da una parte il cast, capitanato da Dafne Keen e impreziosito da Nick Frost, che dà dinamismo e brillantezza ai personaggi e le loro dinamiche; dall'altra la messa in scena curata dal regista Corin Hardy, che dosa bene i jump scare ma orchestra anche le sequenze di morte con efficacia. Il risultato intrattiene e apre le porte a un potenziale franchise horror.
Perché ci piace
- Lo spunto e lo strumento musicale azteco: non originale, ma sufficientemente iconico da colpire l'immaginario.
- La regia di Corin Hardy, sia nel dosare i cosiddetti jump scare che nel mettere in scena le uccisioni delle vittime.
- Il cast, a cominciare da Dafne Keen a Nick Frost...
Cosa non va
- ... che sopperisce alla mancanze in scrittura nel tratteggiare i personaggi.
- È un teen horror molto classico che poco aggiunge al genere e che gli amanti di horror più ricercati non ameranno.