Mimetica, armi di grosso calibro, retorica, bandiere e patrioti. Che noia. Possibile che più di così, oggi, non si possa fare? Pare di no. Anzi, certi schemi sembrano ancora e assurdamente vincenti, a giudicare dai risultati ottenuti. Nemmeno il tempo di uscire che War Machine dell'australiano Patrick Hughes ha già scalato la classifica dei film più visti su Netflix.
Testosterone a mille, muscoli e come molti scrivono pure un "pessimo tempismo" di rilascio, vista la situazione globale. Ma questo, altri dicono, è intrattenimento duro e puro, da prendere per quello che è - ovvero, il nulla. Un titolo che strizza l'occhio al mondo dei videogiochi (su tutti Call of Duty), e costruito seguendo una strada tutt'altro che originale e, come se non bastasse, strettamente conservatrice. A cominciare dal titolo: c'era davvero bisogno di chiamarlo War Machine?
War Machine, un robot alieno contro un plotone di soldati
Se di trama si può parlare, non mancano le ciarle sull'America portatrice di libertà (!), tra addestramenti estremi e posture d'attacco, celebrando un'epica del conflitto che si prende fin troppo sul serio. Al centro del film c'è il sergente maggiore 81 (Alan Ritchson). Nessun nome o cognome, solo un numero di identificazione. Due anni dopo aver perso suo fratello sul campo di battaglia afghano, il militare prende parte a una dura campagna di addestramento, insieme a un commilitone appositamente selezionato. Peccato che la campagna simulata si rivelerà una mattanza. I soldati si ritrovano a combattere contro un'inaspettata minaccia: un gigantesco robot alieno.
Un action senza niente di nuovo
C'è veramente poco da dire su War Machine (da non confondere con l'omonimo film con Brad Pitt, sempre Netflix), se non che la regia di Hughes - avvezzo al genere action - si rifugia spesso e volentieri nell'azione smodata, avallata dall'incessante e inutilmente ridondante colonna sonora di Dmitri Golovko.
Rifacendosi a Predator, e legandosi a certi filoni anni Ottanta e Novanta - ma era un altro mondo cinematografico, e operazioni del genere avevano un loro senso - il titolo punta tutto sull'evoluzione del protagonista, caricandolo con la solita molla dello stress post-traumatico. Un tema fin troppo abusato. Come dire: per favore, diteci qualcosa che non sappiamo. Per rendere il tutto meno "politico", e più scollato dalla realtà, la scelta di inserire l'elemento alieno come villain (im)possibile da sconfiggere.
Poco interesse, troppo rumore
Al netto del gigantesco robot extra-terrestre, di cui non abbiamo nessun vero interesse, War Machine non ha la personalità giusta, né la forza necessaria per reggere le quasi due ore, arrovellate in una messa in scena fin troppo simile a altri lungometraggi similari che riempiono le piattaforme. E qui si aprirebbe una gigantesca parentesi: la quasi totalità dei titoli rilasciati in streaming è di scarsissima qualità.
Virando dal lessico militare a quello survival - a un certo punto il soldato 81 resta praticamente l'unico - War Machine potrebbe guadagnare forse dei punti (pochi), ma il contesto, il finale aperto (preparatevi: altri sequel sono già pronti) e il profilo dell'eroe fanno ben poco per risultare attrattivi. Cosa resta? Un setting fuori luogo e fuori posto, mosso solo da un costante e innocuo rumore.
Conclusioni
War Machine punta sull'adrenalina testosteronica e militarista, per una visione fatta e servita per gli utenti, nonché costruita secondo uno schema già visto. In tempi complicati come i nostri un titolo del genere appare quantomeno fuori luogo nonché fuori posto. Una retorica spicciola, superficiale, votata all'intrattenimento. Tutto lecito, ma ciò che resta è l'ennesima copia di un filone divenuto ben poco interessante.
Perché ci piace
- Una buona tecnica.
- Se amate l'azione...
Cosa non va
- Retorica militarista.
- Film uguale a molti altri.
- Poco interesse nei personaggi e nelle motivazioni.