Unsane, la nuova sperimentazione di Steven Soderbergh

Unsane attira su di sé l'attenzione grazie alla scelta di girarlo con l'iPhone, ma la mantiene grazie alla storia che racconta e all'abilità del suo regista nel metterla in scena.

Unsane: Claire Foy e Joshua Leonard in una scena del film
Unsane: Claire Foy e Joshua Leonard in una scena del film

Non si può dire che Steven Soderbergh non sia un regista che sperimenta e proprio di recente abbiamo accolto la sua serie Mosaic, in onda a inizio anno su Sky Atlantic ed accompagnata, almeno in patria, da un'app che ne rendeva la fruizione interattiva e non lineare. Una sperimentazione che è mancata alla programmazione tradizionale nostrana, ma che ci ha in ogni caso incuriositi ancora una volta sulla carriera di un autore sempre alla ricerca di nuove sfide.

Passo successivo di questo cammino di sperimentazione, che è ripreso con rinnovato entusiasmo e vigore dopo la breve pausa seguita all'annuncio di ritiro dalle scene, è invece Unsane, thriller presentato in prima mondiale, ma fuori concorso, all'ultimo Festival di Berlino 2018. Un film la cui particolarità è quella di essere girato non solo in digitale, ma interamente usando l'iPhone, con sole due settimane di riprese grazie all'immediatezza del mezzo, e che ha come protagonista la Claire Foy di The Crown ed un inquietante Joshua Leonard.

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Unsane: Claire Foy e Juno Temple in un momento del film
Unsane: Claire Foy e Juno Temple in un momento del film

In trappola

Unsane: Claire Foy scappa in una scena del film
Unsane: Claire Foy scappa in una scena del film

Protagonista della storia di Unsane è Sawyer Valentini, una donna in trappola. Schiava di uno stalker che l'ha costretta a cambiare città, lavoro, vita. E l'ha lasciata con un'ansia ed un'inquietudine che le impediscono di vivere serenamente e le fanno sentire costantemente quella presenza estranea nella sua vita. Un'oppressione che la porta a cercare supporto presso l'Highland Creek Behavioural Center, dove un semplice consulto psichiatrico finisce in una degenza forzata, che dalle iniziali 24 ore si prolunga oltremisura. Come se non bastasse, l'incubo di Sawyer si intensifica quando la ragazza si convince che uno dei medici incaricati del turno di notte non è altro che il suo stalker David. Ma è realtà o un'altra manifestazione della sua inquietudine? Come può convincere il personale della struttura di essere sana e non appartenere a quel luogo popolato di pazienti che, invece, dimostrano problemi ben più seri?

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Contenuto o forma?

Unsane: Claire Foy e Jay Pharoah in una scena del film
Unsane: Claire Foy e Jay Pharoah in una scena del film

Ci sono due aspetti da tener presente quando si parla di Unsane: da una parte il suo contenuto, la storia e i personaggi che sceglie di raccontare; dall'altra la forma, il mezzo scelto per veicolare questo contenuto. Alla seconda appartiene ovviamente la decisione di girare con un iPhone, quella che in prima battuta attira l'attenzione su questo nuovo progetto di Steven Soderbergh, ma si tratta di una mera, futile curiosità che lascia il campo alla seconda, l'asfissiante storia di Sawyer, dopo pochissime battute. Perché Unsane è un buon thriller, che appassiona, intrattiene e provoca più di un brivido, indipendentemente dal mezzo tecnico scelto per raccontarlo, perché lo script di Jonathan Bernstein e James Greer è ben costruito per catturare, e poi tenere, l'attenzione dello spettatore e immergerlo nell'incubo che sta vivendo la protagonista, che riflette su cosa accade quando qualcuno è intrappolato in un sistema che lo priva della sua identità. Una costruzione narrativa che funziona anche grazie a Claire Foy, che tratteggia la sua Sawyer con la giusta miscela di determinazione e fragilità.

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Nell'incubo di Sawyer

Unsane: Claire Foy e Juno Temple in una scena del film
Unsane: Claire Foy e Juno Temple in una scena del film

Quel che va però sottolineato è come la scelta di un dispositivo come l'iPhone abbia permesso al regista di Sesso, bugie e videotape di adottare uno stile diverso dal suo abituale, più viscerale, rendendo i suoi personaggi più centrali nell'economia dell'inquadratura: la manegevolezza del dispositivo gli ha permesso di non avere vincoli nella scelta dell'inquadratura, ponendosi molto vicino ai volti dei suoi attori, fino a pochi centimetri di distanza, annullando la distanza dallo spettatore. Inoltre, e non va trascurato, la qualità visiva di ciò che vediamo, l'estetica di cui è permeato, è allineata a ciò che siamo abituati a guardare quotidianamente sui nostri smartphone, rendendo la storia di Sawyer quantomai vicina a noi, e quindi ancor più inquietante. Il risultato è thriller, che parte da un tema che nel frattempo, dal momento delle riprese ad oggi, è diventato ancor più attuale considerando l'attenzione che il movimento #metoo ha catalizzato, e conferma le capacità di un autore che sa spesso sia cosa dire che come farlo.

Movieplayer.it

4.0/5