Un po' di luce è un film su quanto la vita valga la pena di essere vissuta. Un film sui legami fondamentali (e fondanti), ma anche un'ottima metafora capace di fotografare, in appena ottanta minuti, la dimensione sociale dell'Iran contemporaneo. In qualche modo, e per ammissione dello stesso Ali Asgari, A Bit of Light (il titolo originale con cui è passato in concorso a Venezia 83) è un "atto di gentilezza", esaltato da gesti semplici e, nella loro poesia, estremamente catartici. Un'opera che osserva frugalmente un'Iran all'apparenza normale. Asgari porta così in scena la conseguenza degli eventi evitando la retorica del dolore per soffermarsi, invece, sulla resistenza emotiva.
Un po' di luce: un titolo enfatico che racconta già tutto
Scritto da Asgari insieme a Shadmehr Rastin (su co-produzione che comprende anche l'Italia tra cui Zoe Films e Memo Films), Un po' di luce racconta la storia di un uomo che, nonostante sia circondato dalla vita, vuole suicidarsi. Fa il medico, ma il regime gli ha tolto la licenza per aver curato un gruppo di rivoltosi. Disilluso, portandosi dietro le sue piante e affidando l'amato gatto al fratello, l'uomo deve trovare il modo di comunicare la scelta alla madre. Tuttavia, la vicinanza dei suoi famigliari potrebbe farlo "riconciliare con la realtà". Nel ruolo del protagonista c'è un asciutto ed essenziale Misagh Zareh, con lui Sadaf Asgari, Forouzan Jamshidnejad, Ramtin Daghigh e Mina Rahimzadeh.
Vivere, esistere, resistere
Lucido, leggero, quasi sospeso, Asgari - che eredita una certa visione cinematografica europea, citando Moretti, Zavattini, Kiarostami e Kaurismäki - sviluppa Un po' di luce seguendo la persistenza dei gesti quotidiani, trovando una tensione a tratti esistenziale: attraverso la figura di un medico tentato dal suicidio - in un contesto in cui la morte è già diffusa -, il regista iraniano esplora l'idea di una scelta individuale che non si lascia schiacciare dal ronzio di fondo.
Asgari, massimo esponente del nuovo cinema iraniano (più libero e quindi più reale) ragiona sulla coralità familiare dove ogni personaggio - dalla sorella minore al fratello del protagonista - rappresenta un aspetto della società iraniana molto più complessa, giovane e sfaccettata di come viene raccontata dai media e dalla dialettica politica.
Andando avanti a schemi, incontri e a inquadrature statiche, stringendo il movimento dell'immagine solo nei momenti giusti, Un po' di luce rifiuta ogni enfasi drammatica oppure forzatamente retorica per azzardare un'ironia sottile e straniante - come nei dialoghi sulla figura di Trump, uno che ha "promesso di non bombardare i civili" - che restituisce così una certa verità al quotidiano. In fondo, è tutto qui: come ne Il Mito di Sisifo di Albert Camus, pur constatando un senso di ineluttabile sofferenza, decidere di continuare a vivere - e quindi esistere - rimane un atto politico di consapevole di libertà.
Conclusioni
Ali Asgari racconta il lato (a)normale dell'Iran moderno, enfatizzando una quotidianità capace di salvarci. Asciutto eppure organico nella messa in scena, Un po' di luce è un viaggio lungo una giornata capace di valorizzare le piccole cose. Certezza e speranza in un mondo rumoroso e incerto. Grande cinema.
Perché ci piace
- Lo spunto.
- La struttura.
- La durata.
Cosa non va
- Se cercate un film movimentato...