Pressione, ossessione, prestanza. Esserci sempre. In ufficio, a casa, al mare. Le mail, gli obbiettivi, i grafici. Con lucidità e precisione, alzando e abbassando il fuco, Stéphane Brizé con A Good Little Soldier (titolo originale Un bon petit soldat con cui è stato presentato in concorso a Venezia 83) sintetizza la società della performance focalizzandosi sui piani alti e bassi di una grande compagnia. C'è il thrilling e il realismo, tra le frasi fatte di un ufficio che punta solo ed esclusivamente al profitto, ai numeri, emerge un microcosmo di forte aderenza contemporanea, per un cinema capace di raccontare al meglio la più stretta delle realtà.
A Good Little Soldier: tra obblighi e moralità
Scritto da Brizé insieme a Coralie Amédéo e Olivier Gorce, Un bon petit soldat racconta di Carla (Alba Rohrwacher). Ha 43 anni ed è responsabile del reparto HR di un importante assicurazione capeggiata da CEO senza scrupoli (il sempre ottimo Vincent Lindon). Il compito non è facile: deve conciliare il benessere dei dipendenti con gli obblighi imposti dall'azienda che professa inclusività e rispetto. Quando scopre che un'impiegata è vessata da una superiore, la pressione su Carla aumenta a dismisura.
Stéphane Brizé e il mondo del lavoro votato alla performance
Seguendo i tamburi sincopati della colonna sonora di Bertrand Blessing, e ambientando tutto il film sotto i neon di un reticolo d'uffici, Brizé che aveva già trattato il mondo del lavoro (vedi alla voce La legge del mercato del 2015) affonda il colpo, non arretra, mette in scena le contraddizioni e le follie dei malati ingranaggi alla base del pensiero moderno, poi enfatizzati dall'ennesimo post su LinkedIn.
Ottimo cinema, non c'è che dire: nella rappresentazione perfetta di cosa voglia dire essere workhaolic, Stéphane Brizé con i suoi soldati ligi alle regole, all'omertà e al silenzio va oltre la critica sociale definendo invece la consapevole meschinità di certe ideologie. Ridicole, certo, ma pure pericolose. Ma non solo, nel lungometraggio c'è anche il tema della fragilità e della vulnerabilità, spunti non ammessi nella capitalizzazione emotiva imposta dai piani alti. Vittime e carnefici, spesso, sono la stessa cosa.
In fine, guardando negli occhi Carla, lucidi e spenti, il regista si chiede se in effetti possa essere tutto qui. Parole vuote, pensieri vuoti. Probabilmente, drammaticamente, forse sì. Manca il coraggio, manca lo spirito critico, manca l'opposizione che ci vorrebbe prima umani e solo dopo professionisti. Non se ne esce. Piccoli, sperduti soldatini disposti a sacrificare tutto. Compresi loro stessi.
Conclusioni
Ottimo ritmo e ottimi spunti dal film di Stéphane Brizé che entra a gamba tesa sulle velenose dinamiche lavorative adottate dalle grandi aziende. A Good Little Soldier è allora un film attuale e compatto, addirittura sensoriale nella messa in serie diretta ed efficace. Uno specchio reale e attuale che supera il contesto sociale agganciandosi, invece, alla vulnerabilità umana. Una fallibilità che, per volere delle grandi aziende, non è più tollerata.
Perché ci piace
- Lo spunto.
- la regia dinamica.
- Attuale.
Cosa non va
- Non eccessivi da sottolinearli.