The Walking Dead

2010 - ....

The Walking Dead 8: qualcuno ci salvi da Rick Grimes

Introspettivo e frammentato, il terzultimo episodio dell'ottava stagione conferma la totale anarchia del suo storico protagonista al quale contrappone un Negan molto più razionale e misericordioso.

The Walking Dead: Danai Gurira nell'episodio Still Gotta Mean Something

Distrarsi dal proprio dolore non è mai una buona idea. Invitante, rassicurante, ma non buona. Certi strazi vanno attraversati tutti, vissuti per quelli che sono, affrontati appieno per scavare nella propria natura più autentica e uscire dal proprio inferno forti di nuove consapevolezze. È questo l'amorevole consiglio che Michonne dà al suo inquieto Rick, alle prese con un lutto rifiutato e non ancora elaborato. Una pausa di riflessione fornita dal testamento "personalizzato" di Carl, che ha lasciato in eredità tante lettere dedicate ad ognuno dei suoi amici e dei suoi nemici (tra i destinatari c'è anche Negan). Fermarsi a leggere e guardare in faccia il dolore, leggere e magari imparare qualcosa da suo figlio. L'ex vice-sceriffo, però, ancora non vuole saperne. No, perché Rick preferisce sublimare il lutto nella violenza, soffocarlo in una ferocia insaziabile e spesso insensata. Un atteggiamento distruttivo che ormai abbiamo imparato a conoscere, una furia cieca che ha ormai cancellato per sempre il vecchio Rick conosciuto all'inizio dell'apocalisse.

The Walking Dead: Andrew Lincoln e Danai Gurira nell'episodio Still Gotta Mean Something

La parola di un uomo, titolo di questo quattordicesimo episodio dell'ottava stagione, è la parola di Rick, una promessa di Rick, la speranza che lui possa mantenere ancora vivo un briciolo del suo onore, della sua compassione, della sua umanità. Una promessa puntualmente tradita in una puntata introspettiva e frammentata, che conferma la totale anarchia del suo protagonista al quale contrappone un Negan molto più razionale e misericordioso.

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Il padre perduto, la madre ritrovata

The Walking Dead: Lennie James nell'episodio Still Gotta Mean Something

Michonne chiede a Rick di fermarsi, ma si ferma tutto The Walking Dead. A tre episodi dalla fine di una tribolata ottava stagione, la serie AMC si prende una delle sue storiche pause per ispezionare tante delle sue anime in pena. Sembra di essere tornati ad uno dei tanti momenti visti nelle prime quattro stagioni, quei momenti che corrono il rischio di annoiare non smuovendo di tanto la trama, ma che a nostro parere hanno sempre caratterizzato l'anima di uno show votato alla dimensione psicologica dei suoi protagonisti tormentati. La parola di un uomo accantona l'azione sciatta e le noiose sparatorie tipiche di questa ottava stagione per dedicarsi soprattutto a Carol e a Morgan, partiti da Hilltop alla ricerca del piccolo Henry. Il loro viaggio diventa soprattutto un pretesto per capire meglio i destini e i percorsi di un uomo e una donna molto diversi eppure dotati di grande empatia reciproca. Da una parte abbiamo un uomo che ha sempre lottato contro la folle violenza di un mondo alla deriva, che ha provato a ripulirsi la coscienza, ma che torna sempre ad avere le mani sporche di sangue.

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Ormai condannato a "veder morire la gente", Morgan ci appare preda dei suoi stessi demoni e di un destino che sembra quasi perseguitarlo. Al contrario Carol ha sempre reagito ad una sorte che la voleva prima succube di un marito prevaricatore e poi pecorella smarrita in un branco di lupi. Quello che per noi resta uno dei personaggi con l'evoluzione più interessante di The Walking Dead, invece, è una che il dolore lo conosce bene, lo ha guardato bene negli occhi per uscirne diversa, ispessita, ma sempre lucida. Ed è forse per questo che l'abbraccio finale col piccolo Henry ci fornisce un piccolo sussulto emotivo. Finalmente la madre di Sophia, morta assieme a sua figlia e ormai spietata con i bambini (nessuno dimentica Lizzie che guarda i fiori), è riuscita a perdonarsi.

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Chiamala col suo nome

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Chi proprio non si perdona è sempre il "buon" Rick, partito da Hilltop alla ricerca dei Salvatori fuggiti, voglioso della solita carneficina. Preso in ostaggio dagli adepti di Negan assieme a Morgan, il padre di Carl tenta qualcosa in cui non si cimentava da tempo: un dialogo. Il nostro, messo alle strette, si mostra magnanimo nell'immaginare una convivenza, a concepire un'inedita forma di perdono in nome di un bene comune. Non sappiamo quanti di voi ci abbiamo davvero creduto (noi poco), ma va detto che con l'arrivo degli erranti non ci aspettavamo affatto quel gesto brutale (l'accettata in gola di un Salvatore) e del tutto gratuito, non ci aspettavamo l'ennesima, insensata scelta di un uomo che è ormai il vero mostro di The Walking Dead. Ed è per questo che, come se non fosse già abbastanza chiaro, il regista ci regala anche un'inquadratura emblematica: Rick sporco di sangue che riflette la sua immagine in uno specchio rotto e frammentato. E se il vero "cattivo" della serie fosse lui?

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Domanda sempre più lecita e insistente, ancora più plausibile dopo il Negan visto in questo episodio. Tenuto in ostaggio da una risentita Jadis, è la prima volta che vediamo il ridente villain (?) dello show in una situazione così scomoda. Per una volta è lui a guardare qualcuno dal basso verso l'alto, per la prima volta non è il domato e non il dominatore. La sua breve prigionia, però, ci conferma la lucida visione politica di un uomo che considera ogni essere umano una risorsa, un dittatore (certo) con una visione pragmatica ma comunque costruttiva della società. Il vero mostro, dunque, non un impugna una mazza da baseball, ma una pistola e un'accetta. Anche perché, ora, sappiamo chi è Lucille. O meglio, sappiamo chi era Lucille. Una notizia non sconvolgente, ma che porta lo sboccato Negan sotto una luce più umana del nostro Rick. Ovunque sia andato a finire.

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Giuseppe Grossi
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
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