The Human Voice, la recensione: ricostruirsi dando voce al proprio io

La recensione di The Human Voice, il cortometraggio di Pedro Almodóvar con Tilda Swinton presentato a Venezia 77.

RECENSIONE di 03/09/2020
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The Human Voice: Tilda Swinton in una sequenza

Non possiamo iniziare al meglio la nostra recensione di The Human Voice senza collegarci alla cerimonia d'apertura di questa 77 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, che ha visto la consegna del Leone d'Oro alla Carriera a Tilda Swinton, una delle attrici più eclettiche e a suo modo iconiche degli ultimi anni. Ed è proprio in questo cortometraggio realizzato da Pedro Almodóvar, che per l'occasione si cimenta per la prima volta in carriera con la lingua inglese, che l'attrice britannica ha la possibilità di dimostrare il proprio talento. The Human Voice diventa una perfetta cartolina per un premio celebrativo e l'ennesima conferma del talento del regista settantenne che, dopo alcuni lungometraggi più asciutti e personali, torna nel suo ambiente più consono, in grande stile (e che stile!), per raccontare una storia di abbandono e di rinascita da parte di una donna.

Una "semplice" seduta psicanalitica

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The Human Voice: Tilda Swinton in un'immagine

La trama di The Human Voice si può riassumere brevemente e, sia chiaro, a prima vista potrebbe sembrare anche molto semplice e banale. Tratto liberamente da una pièce teatrale di Jean Cocteau scritta negli anni Trenta, l'intero cortometraggio si concentra su una donna, probabilmente un'attrice, che da giorni sta aspettando a casa il suo amante, in compagnia del cane di lui. Entrambi non hanno ancora realizzato di essere stati abbandonati, vittime di un'attesa composta da letture, visioni di film, speranze mal riposte e tentativi di suicidio poco riusciti. Senza la presenza di lui, l'attrice vive in un limbo o, per meglio dire, in uno stato mentale che ricorda un set cinematografico spoglio e abbandonato. Un'ultima telefonata, però, potrebbe chiarire la situazione o addirittura risolvere completamente l'impasse in cui la donna si trova. Ha il sapore di una seduta psicanalitica questo racconto semplice e lineare in cui Pedro Almodóvar ripropone, senza risultare in alcun modo ripetitivo, molti dei suoi stilemi: ci sono i vestiti che diventano una seconda pelle umana nel quale mascherarsi, ci sono i colori accesissimi - soprattutto il rosso e il verde - che donano alle inquadrature un perfetto equilibrio compositivo catapultandoci immediatamente nel mondo almodóvariano e c'è, soprattutto, la sopraffina scrittura nel delineare il ritratto psicologico e intimo della protagonista femminile che, nel corso della telefonata che di fatto è un monologo, si mette completamente a nudo, pezzo dopo pezzo.

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One woman show

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The Human Voice: Tilda Swinton in un momento del film

Non possiamo parlare di un vero e proprio cast per quest'opera (nonostante la breve comparsa di un commesso di un negozio dove la protagonista comprerà un'accetta - non vi diciamo altro - e la presenza del cane Dash). È scontato, in questo caso, di parlare di un corto composto come un One Woman Show. Protagonista indiscussa di The Human Voice è chiaramente Tilda Swinton che, in linea con gran parte della sua carriera, è capace ancora una volta di attuare una trasformazione duplice. La prima è riferita alla sua immagine: non c'è un lavoro di make-up e costumi (per quanto in questa mezz'ora troveremo il classico campionario di vestiti che ci aspettiamo dal regista spagnolo) alla base del cortometraggio, ma un preciso e incredibile lavoro sulla voce e sul volto dell'attrice. Prima disperata, poi arrabbiata, prima insicura, poi decisa, infine speranzosa: la Swinton è capace di trasformare l'umore del suo personaggio senza mai esagerare o rischiando di diventare una macchietta. In un sottile e raffinato gioco degno del miglior equilibrista, questa donna abbandonata è sempre credibile, in tutte le sue forme, naturale, vera e, per questo motivo, umana. La seconda trasformazione riguarda, invece, l'approccio alla materia. The Human Voice nasce come un monologo teatrale e, benché il cortometraggio di Almodóvar ne mantenga pressoché inalterata la struttura, il lavoro della Swinton permette di "abbandonare" lo spettatore in un flusso emotivo tale da non risultare mai artificioso o letterario. Un obiettivo complesso (quando mai troviamo monologhi così ben recitati da farci perdere la sensazione di teatralità?) e raggiunto nel migliore dei modi: questa breve opera cinematografica diventa l'ennesimo imperdibile tassello nella filmografia del suo regista.

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Ricostruirsi l'identità

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The Human Voice: Tilda Swinton in una scena

Titoli di testa particolari e spiazzanti, quelli di The Human Voice, costruiti letteralmente con l'unione di attrezzi domestici (una chiave inglese, un martello, un'accetta, righelli, giusto per dirne alcuni) che, però, simboleggiano perfettamente il senso del cortometraggio. Questa telefonata che ha il sapore di una seduta psicanalitica ha il compito di ricomporre l'identità della donna, passo per passo. Ambientandolo in parte nella vera dimensione domestica e in parte in una dimensione pressoché mentale che ricorda, come abbiamo già anticipato, un set cinematografico ancora da scenografare, a simboleggiare la vacuità e lo smarrimento della donna che dopo l'abbandono del suo amante è costretta a ricomporre (o mettere ordine) la propria identità. La voce umana, di conseguenza, diventa un attrezzo di lavoro per il proprio corpo, per la propria mente, per il proprio io. È attraverso le parole, lo sfogo vocale, che la donna riesce a prendere la consapevolezza della propria situazione e a trasformarsi in parte attiva nel rapporto. Non più sottomessa all'uomo, come fosse un altro animale domestico - e in questo senso non è un caso che sia lei che il cane abbandonato ne escano rinnovati -, ma una donna fiera, rinata, capace di far sentire la propria voce.

Conclusioni

A conclusione di questa recensione di The Human Voice possiamo affermare senza ombra di dubbio come il cortometraggio presentato a Venezia 77 sia un tassello imperdibile nella filmografia di Pedro Almodóvar. Sprigiona tutto lo stile del regista spagnolo, ne è pregno sotto diversi aspetti e, come se non bastasse, la performance di Tilda Swinton riesce a creare, in mezz’ora, un personaggio femminile forte e unico. Mai si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un’opera teatrale, artefatta e meccanica da parte dei due Leoni d’Oro alla carriera (Almodóvar fu premiato nella Venezia 76). È, invece, una storia piena di umanità, personale e intima, che utilizza al meglio tutte le qualità migliori del cinema. E lo fa in mezz’ora. Cosa volere di più?

Movieplayer.it

4.5/5

Voto medio

3.3/5

Perché ci piace

  • Tilda Swinton riesce a regalare una performance incredibile e mai artificiale.
  • Si nota l’ispirazione di Pedro Almodóvar che ripropone molti dei suoi stilemi senza risultare ripetitivo o scontato.
  • Il personaggio femminile ha una vera voce umana a cui ci si affeziona subito.
  • Nonostante la breve durata, il film si dimostra un’opera da non perdere, soprattutto per i fan del regista.

Cosa non va

  • Per la natura stessa dell’opera, la durata esigua è perfetta. Ma, siamo sinceri, avremmo voluto durasse più a lungo.