Ognuno di noi in questo sistema è un estraneo, perso, irrilevante e solo, eccetto una persona: l'unica persona che conta. Lei è l'ossigeno che noi respiriamo, l'essenza di tutti i nostri doveri. Il tuo problema, se posso dirlo, è che sembri essere confusa su chi sia quella persona.

Ci sono almeno due sequenze magnifiche in Guerra, episodio finale di The Crown 4. Due sequenze relative a due storyline della serie Netflix totalmente separate, ma legate da un tratto comune: la sconfitta di due donne. La prima è Margaret Thatcher, bersagliata dalla fronda all'interno del Partito Conservatore dopo quindici anni di leadership e privata anche dell'appoggio della sovrana del Regno Unito; l'altra è Diana Spencer, prigioniera di un matrimonio sempre più tossico e soffocante. Per ciascuna di loro, tale sconfitta si consuma in silenzio: una quieta implosione dietro le quinte, nello sforzo di trattenere le lacrime e di esibire un sorriso di facciata di fronte agli obiettivi dei fotografi ma, soprattutto, agli occhi della Storia.
Gli ultimi giorni della Lady di Ferro

Il 1° novembre 1990 è una giornata cruciale nella storia politica britannica: Sir Geoffrey Howe, Vice-Primo Ministro ormai in rotta con la linea del Governo, pronuncia un solenne discorso alla Camera dei Comuni, rassegnando le proprie dimissioni e sferrando un durissimo attacco contro Margaret Thatcher. Per la Lady di Ferro, è l'inizio della fine. Guerra si apre non a caso su questa feroce resa dei conti: la Thatcher, il capitano che, nella colorita metafora sportiva di Howe, ha rotto le mazze alla sua stessa squadra, sente il potere scivolarle via fra le dita e tenta invano di evitare la caduta. "Il potere non è niente senza l'autorità", l'ammonisce la Regina Elisabetta quando la Prima Ministra si presenta al suo cospetto, in un'ultima mossa disperata, per chiederle di sciogliere il Parlamento.

"La differenza è che lei esercita il potere senza fare nulla... io non avrò niente", è la dolente replica della Thatcher, ormai consapevole di aver esaurito tutte le sue armi. L'esercizio del potere, fra i nuclei tematici di The Crown fin dalla genesi della serie Netflix, è stato uno dei leitmotiv anche della quarta stagione, proprio attraverso la parabola di Margaret Thatcher e i suoi confronti con Elisabetta. Per entrambe una vocazione (e forse pure una maledizione?), per entrambe una ragion d'essere, ma con una sostanziale differenza: per la sovrana, il potere è una condizione permanente garantita dalla sua 'inerzia', dall'impossibilità di esprimere un'opinione e dalla capacità di incarnare un simbolo (la corona del titolo); per la Thatcher è declinato nella necessità di agire, sempre e comunque, fino a quell'amara disillusione vissuta come un tradimento.

E così, in questo finale di stagione, per la prima volta la Lady di Ferro ci appare come una donna penosamente fragile. Il volto di Gillian Anderson, fino ad allora maschera severa e inflessibile, adesso mostra delle crepe, deformandosi in una smorfia di incredulità e di orrore. Il suo portamento, caratterizzato da una meccanicità quasi robotica, di colpo tradisce le ferite riportate: nel passo incerto, nella testa incavata fra le spalle di quella figura minuta mentre abbandona l'ultima udienza a Buckingham Palace dopo aver ricevuto l'Ordine al merito, vale a dire l'onore delle armi da parte di una sovrana che non le nasconde la propria stima.
Il lato oscuro della fiaba

Dalla dimensione pubblica dello Stato britannico, segnata dal tramonto dell'età thatcheriana, a quella privata dei Windsor: il matrimonio fra Carlo e Diana, la grande fiaba mediatica illuminata dal carisma della sua Principessa. Lady Diana, rievocata sullo schermo dalla cristallina malinconia nello sguardo di Emma Corrin, è l'eroina luminosa e tragica di un romanzo popolare raccontato da una prospettiva totalmente interna; e tale prospettiva è quella di un ménage ormai al capolinea, dilaniato da infelicità, rancori e da un senso di oppressione che accomuna la "Principessa del popolo" e il futuro Re d'Inghilterra, il Carlo cupo e rabbioso di Josh O'Connor, non abbastanza audace da trasgredire i veti della madre.

La Diana di The Crown 4 è la ragazza che percorre sui pattini i corridoi di Buckingham Palace, che canta Edge of Seventeen in discoteca e si esibisce radiosa sulla musica di Uptown Girl, ma al contempo è pure la giovane moglie insicura che vomita i propri pasti e sprofonda senza possibilità di salvezza nel lato oscuro della fiaba che le è stata cucita addosso. Ma l'episodio Guerra (il titolo è valido per la Thatcher come per il conflitto 'domestico' di Diana) allude anche a un altro aspetto fondamentale dell'esistenza e dell'immagine di Lady D: la donna altruista e compassionevole che non ha inibizioni nel commuoversi per chi soffre e che, con il suo abbraccio a un adolescente malato di AIDS, compirà un passo fondamentale nella lotta all'ignoranza e ai pregiudizi.


"Nelle regole narrative, tra la favola e la realtà, la favola vince sempre", chiosa Camilla Parker Bowles, rassegnata a non avere chance se paragonata alla moglie dell'uomo che ama. Ma l'epilogo dell'episodio, e dell'intera quarta stagione, è dedicato appunto alla sconfitta di Diana: una sconfitta che avrà come teatro il castello di Balmoral, durante i festeggiamenti natalizi della famiglia reale. Il dialogo a porte chiuse con il Principe Filippo è la presa d'atto di un destino già segnato: essere l'ennesima outsider obbligata a ruotare nell'orbita di Elisabetta, "l'unica persona che conta". Il peso della corona in fondo è tutto lì, nel dettaglio impercettibile di una foto di famiglia: il velo di lacrime sugli occhi di Diana.