The Best of All Worlds

2017, Drammatico

The Best of All Worlds: di tutto per non negarti l’infanzia

Dopo la Berlinale e il successo in patria, The Best of All Words arriva ad Alice nella Città. Una storia cruda, ma densa di speranza

The Best of All Worlds: Jeremy Miliker e Verena Altenberger in un'immagine tratta dal film

Una notte all'aria aperta, vista dagli occhi di un ragazzino. Fuoco, sacchi a pelo, una punta di freccia ritrovata sulla quale fantasticare di mille avventure. Per poi scoprire molto presto che quell'unico bambino in una gita di adulti è figlio di una donna tossicodipendente, che i di lei amici sono tutti tossici e che al bambino appare normalissimo crescere in una comunità come quella. Adrian vive con sua madre e il nuovo compagno, che ricevono tutti i giorni le visite del "greco", il loro spacciatore. Sua madre è divisa tra la dipendenza e l'amore sconfinato per il figlio, al quale riesce miracolosamente a dare, nonostante tutto, un'infanzia "normale".

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The Best of All Worlds: un primo piano di Verena Altenberger

Una storia vera e molto cruda

Un film di quelli "tosti", con scene difficili da digerire, che in Austria è stato un successo nazionale. Diretto dal giovane Adrian Goiginger, tratto dal suo libro, una storia vera. E infatti lui si sorprende quando lo incontriamo e gli chiediamo come pensa che vengano digerite quelle scene così crude. Si dice sorpreso delle restrizioni, dice che non gli sembravano poi così dure. Droghe varie in casa, violenza esplicita su un minore, e il ragazzino che fuma come un adulto sono visioni disturbanti, una scelta coraggiosa quella di inserire il film nella sezione Alice nella Città della Festa del Cinema di Roma (con chiara indicazione: dai 16 anni in su). Proprio nel suo essere cruda la vicenda assume autenticità: non fa sconti nel raccontare il miglior mondo possibile per il piccolo Adrian, quello che la madre vuole dargli.

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Lontano da qualunque cosa possa sembrare fashion

The Best of All Worlds: Verena Altenberger e Lukas Miko in una scena del film

"Non ho voluto realizzare un film patinato", ci ha confidato Goinger durante un breve e piacevole incontro. "Lo abbiamo ambientato negli anni Novanta, epoca in cui si è svolta la vicenda, ma non c'è nulla che strizzi l'occhio alla nostalgia o ai cliché". Infatti la resa degli interni, gli abiti, le pettinature, addirittura le fisicità dei personaggi sono a dir poco perfetti, realistici, a volte persino sciatti per avere maggiore aderenza con la realtà che viene raccontata. La musica soprattutto viene utilizzata in modo molto funzionale, per creare tensioni in alcuni momenti. "La musica o la sua totale assenza", spiega ancora Adrian Goiginger: "In alcune scene ho voluto non inserirla perché uscisse ancora di più fuori la durezza di ciò che stava accadendo. Come la scena in cui lo spacciatore aggredisce il bambino e gli versa la vodka in faccia. Non c'è musica, sentiamo solo le sue grida terrorizzate, il che è più agghiacciante, in quanto è più vero".

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Redenzione, positività... c'è sempre una possibilità

The Best of All Worlds: Verena Altenberger in una scena del film

Naturalmente tutta questa crudezza ha uno scopo e non è fine a se stessa. Questo non è un horror, né una storia di droghe. "Non l'ho mai pensato come un film sulle droghe, quando qualcuno me lo chiede, rispondo che è un film d'amore. Sull'amore puro di una giovane madre per suo figlio, sul desiderio di lei di dargli il migliore dei mondi possibili". The Best of all Worlds infatti è questo, e nonostante tutto lancia un messaggio positivo forte e chiaro. La famosa luce in fondo al tunnel, quella che indica che c'è sempre una speranza, una possibilità in più, se lo si desidera, di costruirsi un'esistenza migliore.

The Best of All Worlds: di tutto per non negarti...
Federica Aliano
Redattore
3.5 3.5

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