The Assistant, la recensione: L’orrore nella quotidianità

La nostra recensione di The Assistant, lo splendido film di Kitty Green con Julia Garner e Matthew Macfadyen presentato al Festival di Berlino 2020.

The Assistant
The Assistant: una scena del film

Ci avviciniamo sempre con curiosità a quei film che passano in festival lontani e dei quali leggiamo commenti prima di poterli visionare in prima persona. Per fortuna ci ha pensato il Festival di Berlino a darci la possibilità di scrivere una nostra recensione di The Assistant, il bel film di Kitty Green che aveva iniziato il proprio cammino in quel di Telluride, catalizzando attenzione e pareri positivi con i quali ci sentiamo senza dubbio di essere d'accordo: il film della giovane cineasta è uno spaccato senza pietà della quotidianità lavorativa di una donna, di un abuso perpetrato sulla lunga distanza, privo di violenza ma non per questo meno tragico.

La quotidianità e il male

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The Assistant: Julia Garner in una scena

The Assistant del titolo è Jane, nuova dipendente di un importante azienda che opera nel campo dei media. Jane è la prima ad arrivare in ufficio, nonché, lo scopriamo alla fine, l'ultima ad andare via. La seguiamo mentre svolge il proprio lavoro quotidiano in una giornata come un'altra, che evidenzia la sottile ostilità dei colleghi e quella sterile ripetitività dei compiti che, poco per volta, giorno dopo giorno, uccide lo spirito e spegne l'anima: organizzare viaggi di lavoro, stampare schemi e altri documenti, ordinare il pranzo o accogliere corrieri e altre persone che arrivano in azienda, oltre a sistemare e organizzare l'ufficio del capo.

Il mostro invisibile

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The Assistant: una scena del film con Julia Garner

Ecco, il capo. Presenza invisibile ma non per questo meno concreta, sempre percepibile dalla Jane di Julia Garner così come dallo spettatore, celato dietro i rimproveri telefonici o nella parata di giovani donne che riceve nel corso della giornata, che conferma i sospetti della ragazza di un contesto fatto di abusi e soprusi, sostenendo quella sensazione di disagio che l'avvolge. Un mostro, perché di questo si tratta, invisibile, che agisce in modo subdolo e sottile, continuo e inarrestabile, con la sua violenza celata ma perfettamente intuibile. Una figura opprimente di cui l'intera azienda diventa una manifestazione concreta a insopportabile,.

Uno spaccato di disarmante lucidità

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The Assistant: Matthew Macfadyen in una scena del film

Non è difficile individuare un parallelo tra la situazione raccontata da Kitty Green in The Assistant e quella di alcune famigerate figure che popolano il mondo dell'industria cinematografica, non per ultima quella di Harvey Weinstein appena condannato per violenza sessuale e stupro. Non sorprende che il riferimento possa essere quello, ma stupisce la lucidità con cui la giovane regista, che avevamo già apprezzato per il documentario di casa Netflix Casting JonBenet, ha costruito il suo film e questa storia di violenza sospesa e quotidiana, rendendola molto più sofferta, atroce, insopportabile e, proprio per questo, più efficace e tagliente di un'accusa diretta e urlata.

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Conclusioni

Nel chiudere la nostra recensione di The Assistant non possiamo che lodare ancora il lavoro fatto da Kitty Green nel mettere in scena una situazione di abuso protratto nel corso del tempo, nella quotidianità lavorativa, da un mostro invisibile e opprimente. Non un film che si guarda con piacere, ma una storia da seguire con attenzione e partecipazione.

Movieplayer.it
4.0/5
Voto medio
2.8/5

Perché ci piace

  • Un tema delicato trattato in modo originale e senza pietà.
  • La fredda lucidità della regista nel raccontare un abuso sviluppato nel tempo.
  • La capacità di mettere in scena la situazione di disagio della protagonista.

Cosa non va

  • Non si può considerare un film piacevole da guardare, ma la sua importanza va al di là di questo.