Come si raccontano i legami affettivi? È uno dei compiti più ardui dello scrivere storie e, chiaramente, non esiste alcuna regola assoluta ad aiutare autrici e autori in questa impresa. Alcuni, tuttavia, sembrano possedere la spontanea attitudine ad affrontare la sfida nel modo più autentico ed efficace possibile, tratteggiando con disarmante sincerità le gioie e i dolori delle relazioni umane. Una di queste è Sarah Leavitt, fumettista canadese che con Tangles: A Story About Alzheimer's, My Mother and Me ha saputo narrare la dolorosa discesa nell'oscuro oblio della malattia neurodegenerativa.
Ora questo piccolo gioiello è diventato un film d'animazione, proiettato in anteprima al Festival di Cannes e approdato alla Festa del Cinema di Roma. Alla regia troviamo Leah Nelson che, insieme alla stessa Leavitt, firma anche la sceneggiatura, dando vita a un'opera a nostro parere indimenticabile: profonda e straziante, ma capace al tempo stesso di aprirsi a preziosi spiragli di leggerezza e speranza.
Quando la memoria comincia a sbiadire
Siamo alla fine degli anni novanta, Sarah è un'illustratrice di talento che lavora per una testata queer, vive a San Francisco e insegue i propri sogni lontano da casa. Le cose iniziano a cambiare però quando, dopo essere tornata dai genitori per qualche giorno, si accorge che la madre, Midge, è diversa dal solito: appare più irascibile, distratta e incostante. In famiglia nessuno sembra farci troppo caso, ma agli occhi della figlia quei comportamenti risultano tutt'altro che normali. La conferma arriva durante una vacanza in Messico, dove Sarah porta la compagna Donimo a conoscere i genitori: Midge si smarrisce all'improvviso tra la folla e diventa chiaro a tutti che non si tratta di semplice stress.
Condotta da uno specialista, il verdetto è impietoso: una forma precoce di demenza, molto probabilmente Alzheimer. Per Sarah e la sua famiglia ha inizio un'esistenza scandita dai ritmi imprevedibili di una malattia che strappa via un tassello alla volta, un ricordo alla volta, la donna brillante che avevano sempre conosciuto.
Una scrittura sincera tra lutto e legami familiari
Tangles è allo stesso tempo una carezza al cuore e un colpo allo stomaco. Sarah Leavitt e Leah Nelson sanno dosare ogni passaggio narrativo, seguendo con rara sensibilità il progredire della patologia e le sue ricadute non solo su Midge, ma soprattutto su chi se ne prende cura, costretto a vederla svanire giorno dopo giorno. La grande forza di questo lungometraggio risiede proprio nella scrittura, a partire dalla caratterizzazione dei personaggi. Sarah è una giovane donna proiettata verso il futuro, attiva nella comunità LGBTQIA+, ironica e vitale; eppure, quando l'Alzheimer colpisce la madre, la sua vita si mette in pausa e il tempo dell'intero nucleo familiare rallenta. Ciascuno di loro è ritratto con un'umanità autentica: figure reali e imperfette, capaci di amare fino allo sfinimento.
I legami di sangue si trasformano così in una rete complessa, a tratti soffocante come una gabbia, a tratti protettiva, offrendo una delle rappresentazioni familiari più sincere viste di recente sullo schermo. Tangles non cerca la lacrima facile né vuole consolare a tutti i costi: evita il ricatto morale ed espone il dolore con ammirevole lucidità, riflettendo sentimenti universali che risuonano nell'animo dello spettatore senza alcuna forzatura.
Le animazioni e la forza espressiva del bianco e nero
Ad eccellere in questo sorprendente debutto è anche la regia. Alla sua prima prova in un lungometraggio, Leah Nelson individua le perfette soluzioni visive per reinterpretare (rivedendo completamente) e valorizzare il tratto grafico dell'autrice, donando volume ed espressività al design dei personaggi. L'impiego del bianco e nero, arricchito da calibrate sfumature, si dimostra una scelta stilistica e narrativa di grande impatto: incide a fondo sulla percezione visiva, amplifica gli stati d'animo ed esprime per immagini ciò che le parole non riuscirebbero a spiegare.
Tangles è quindi un'opera intensa che lascia il segno, un film a cui risulta davvero difficile trovare difetti e che difficilmente si dimentica, con l'augurio di vederlo presto protagonista nella stagione dei premi, magari proprio in corsa per gli Oscar.
Conclusioni
Tangles si impone come un'opera d'animazione profonda capace di affrontare il dramma della malattia neurodegenerativa con lucidità e senza mai cedere al ricatto della commozione facile. Il grande pregio del film risiede nella solida scrittura condivisa da Sarah Leavitt e Leah Nelson, che tratteggia con cruda autenticità e calore umano il punto di vista di chi accudisce, esplorando la complessità dei legami familiari tra protezione e prigionia. A impreziosire questo racconto intimo interviene l'eccellente regia d'esordio di Nelson, abile nel reinventare il tratto grafico d'origine attraverso un bianco e nero espressivo e calibratissimo, capace di tradurre visivamente gli stati d'animo più indicibili e di consacrare l'opera tra le più incisive e meritevoli della stagione.
Perché ci piace
- La scrittura dei personaggi: complessa e profonda.
- La narrazione del dolore e della malattia, veritiera e mai ricattatoria.
- La regia che presenta ottime soluzioni visive.
Cosa non va
- Non siamo riusciti a trovare alcun difetto rilevante a questo lungometraggio.