Sweet Country

2017, Storico

Sweet Country: un film dai toni western impegnato socialmente

Warwick Thornton ha presentato a Venezia un lungometraggio affascinante e socialmente interessante che ripercorre un'importante pagina della storia dell'Australia.

Il regista australiano Warwick Thornton, dopo Samson and Delilah e The Darkside, ritorna dietro la macchina da presa con il nuovo film Sweet Country, presentato in concorso alla 74. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Il progetto è ambientato in una zona conosciuta molto bene dal filmmaker e dallo sceneggiatore David Tranter, essendoci cresciuti, e ispirati in parte a storie tramandate di generazione in generazione.

La storia è infatti ambientata nel 1929, ad Alice Springs, e gli eventi prendono il via quando un veterano della prima Guerra Mondiale, Harry March (Ewen Leslie), prende possesso di una proprietà che si trova nell'area nord dell'Australia che confina con la casa di un predicatore (Sam Neill). Per aiutarlo a sistemare la sua casa, l'uomo decide di "prestargli" l'aiuto di Sam (Hamilton Morris), un aborigeno di mezza età, della moglie dell'uomo, Lizzie (Natassia Gorey-Furber), e della loro giovane nipote Lucy (Shanika Cole). La situazione prende presto una svolta violenta e i tre sono allontanati dall'ex militare che poi pone la stessa richiesta a Mick Kennedy (Thomas M. Wright) che gli offre il lavoro di Archie (Gibson John) e del giovanissimo Philomac (Tremayne Doolan).
Nemmeno questa situazione si rivela positiva e Harry perde nuovamente il controllo, incatenando il ragazzino che, in mattinata, si riesce a liberare e fuggire a Black Hill, dove Sam è costretto a uccidere Harry per autodifendersi. L'uccisione di un uomo bianco dà però vita a un inseguimento attraverso le aree desertiche australiane, guidato dal sergente Fletcher (Bryan Brown).

Leggi anche: Venezia 2017: la nostra guida ai 15 film più attesi della Mostra

Una pagina di storia raccontata in modo poetico

Sweet Country: il regista Warwick Thornton sul set del film

Il film di Thornton porta sul grande schermo la difficile, e complessa, tematica del trattamento riservato agli aborigeni negli anni '20, periodo in cui lavoravano gratis pur non essendo considerati ufficialmente degli schiavi e dovevano rispondere a delle leggi che prendevano il nome di Native Affairs Act. Sweet Country si ispira a fatti realmente accaduti a un aborigeno, Wilaberta Jack, che venne arrestato e processato per l'uccisione di un uomo bianco, trovandosi però vittima di un sistema sociale e politico in cui le origini avevano ancora un'importanza essenziale.
Nel lungometraggio la situazione degli aborigeni viene rappresentata grazie alla presenza di Sam, Philomac, Lizzie, Archie e, seppur molto brevemente, dalla giovane Lucy. Ognuno di loro propone degli aspetti diversi della problematica sociale esistita all'inizio del secolo scorso, mostrando chi ha cercato di integrarsi e di rimanere fedele alle proprie origini e tradizioni e chi, invece, faceva parte di una nuova generazione in cui le due realtà hanno iniziato a fondersi, senza tuttavia trovare, almeno nelle prime fasi, dei punti di contatto.
L'evolversi della situazione assume, grazie alla visione di Thornton, un'affascinante atmosfera vicina al western, anche grazie a una storia ambientata in una zona di frontiera e in cui si va alla ricerca di una giustizia che però obbliga, in un certo senso, a ribellarsi al potere e alle istituzioni. Nessuno dei personaggi coinvolti, tuttavia, è un eroe nel senso classico del termine, e ognuno di loro, anche gli ex militari, possiede nel proprio passato qualche situazione tragica che permette di capire maggiormente le motivazioni dei gesti compiuti, mantenendo quindi una visione piuttosto equilibrata, e non sbilanciata verso uno degli schieramenti in modo morale.

Leggi anche: Venezia 2017: Jennifer Lawrence e le altre star attese al Festival

Aspetti tecnici e artistici

Sweet Country: un'immagine che ritrae il protagonista del film

La meravigliosa fotografia curata dallo stesso Thornton in collaborazione con Dylan River valorizza i suggestivi paesaggi in cui si svolge la storia, mostrandone il duro confronto tra bellezza e durezza, contrapposizione che contribuisce con una certa efficacia a raggiungere un buon livello artistico e narrativo.
Le interpretazioni del cast sono misurate e mai sopra le righe, nonostante la tematica sia piuttosto complicata e potenzialmente in grado di poter scivolare in eccessi di retorica nel portare sullo schermo dei personaggi destinati a rappresentare i vari lati di una questione che è complessa e storicamente molto importante. Il talento di Sam Neill è poi utile allo sviluppo della narrazione, introducendo un elemento di speranza e religiosità che si pone a metà tra le due fazioni, cercando un potenziale equilibrio tra le realtà in gioco, mentre Bryan Brown incarna con naturalezza e semplicità la figura di un militare che intraprende una caccia all'uomo in nome della giustizia e della fedeltà nei confronti di un suo collega. Hamilton Morris, interprete di Sam Kelly, colpisce poi per la capacità di rendere espressivi e significativi i silenzi, all'interno di un lungometraggio che non esita a proporre una buona dose di introspezione con lo scopo di spingere a far riflettere sul razzismo e sulle disuguaglianze sociali. Thornton, tuttavia, utilizza fin troppo spesso l'espediente dei flash-forward per anticipare alcuni dei momenti più drammatici del lungometraggio, elemento non gestito al meglio all'interno di un contesto che non viene assolutamente arricchito da una struttura non completamente lineare.

Leggi anche: Venezia 2017, dalla sorpresa Mother! a Suburra e del Toro ecco il programma della Mostra

Immagini di forte impatto visivo

A livello visivo, invece, le immagini metaforiche come l'abbacinante luminosità del deserto che deve affrontare il sergente Fletcher o l'entrata in scena di un gruppo di aborigeni ancora liberi e distanti dalla società civile, funzionano bene per sottolineare alcuni dei momenti chiave della fase in chiave western, seguita poi da una parte conclusiva in cui si dà invece spazio a un processo che modifica ancora una volta l'atmosfera e il ritmo della narrazione, conducendo poi a un epilogo drammatico, seppur non inaspettato, che lascia il segno.
La scelta di non utilizzare nessuna colonna sonora, infine, è un'idea piuttosto efficace e suggestiva che permette di dare invece spazio ai suoni naturali e a suscitare un realismo che enfatizza il percorso interiore e sociale compiuto da tutti i protagonisti del lungometraggio.

Leggi anche: Venezia 2017: guida pratica all'edizione numero 74 del festival lagunare

Conclusione

Sweet Country: il regista Warwick Thornton al lavoro sul set

Il film di Warwick Thornton, proponendo un ritratto storico e sociale accurato, pur non essendo particolarmente originale o caratterizzato da un approccio in grado di distinguersi del tutto da progetti dagli intenti analoghi, riesce nel suo obiettivo di raccontare una pagina della storia australiana non ancora del tutto conclusasi, pur avendo dei limiti di sceneggiatura e di montaggio che rendono l'insieme discontinuo e non sempre allo stesso livello tecnico e artistico.

Sweet Country: un film dai toni western impegnato...
Beatrice Pagan
Redattore
3.0 3.0

Mostra i vecchi commenti

Venezia 2017
News Film & Serie Foto Video
Venezia 2017: la nostra guida ai 15 film più attesi della Mostra
Venezia 2017, dalla sorpresa Mother! a Suburra e del Toro ecco il programma della Mostra