Star Trek ha cambiato la televisione. Iniziamo con un assunto forte, ma di cui siamo convinti: nel 1966 la serie di Gene Roddenberry ha osato molto, ha introdotto dinamiche mai viste fin lì nella televisione, è andata dove nessuna serie era andata prima, parafrasando una delle sue stesse frasi iconiche.
E ora, mentre festeggiamo i 60 anni di Star Trek all'Italian Global Series, ci rendiamo conto di quanto quel brand, quell'universo narrativo, sia ancora vivo e vegeto, accolto al festival di Rimini e Riccione da fan in cosplay e accompagnato dal cast di Brand New Day, che torna dal 23 luglio su Paramount+, e da Nicholas Meyer, regista di alcuni dei film della saga, tra cui il bellissimo L'ira di Khan. Proprio con lui abbiamo avuto modo di approfondire i segreti di questo franchise ancora così importante per i mondi di film e serie.
L'ideale di Gene Roddenberry: l'unione oltre le diversità
Partiamo proprio dall'anniversario, dai 60 anni di Star Trek, e chiediamo a Meyer quali sono, secondo lui, i suoi segreti, cosa l'ha reso una tale leggenda. "Innanzitutto, niente di simile a Star Trek era mai stato fatto prima. C'erano cose come Buck Rogers e simili, ma in realtà ciò che Gene Roddenberry ha fatto è stato dare vita all'idea che persone di razze diverse, generi diversi e specie diverse di buona volontà potessero unirsi per fare una cosa buona. E penso che il fascino di Star Trek risieda proprio in una sorta di ideale, nell'idea che si possa andare avanti, andare avanti con coraggio, per raggiungere obiettivi nobili".
Ci emozioniamo solo a sentirlo, perché di questo approccio alla vita e al mondo, nella società di oggi ci sarebbe estremo bisogno. "E penso che fosse qualcosa di inedito" ha continuato Nicholas Meyers, "e okay, forse le scenografie erano pacchiane, i costumi stupidi, ma a chi importava? Non importava, le persone capivano il concetto centrale della serie. E ne sono appassionate ancora oggi perché incoraggia quell'ideale. Non so se le nuove versioni lo facciano, perché non le ho viste. Ma quella era l'idea di Gene."
Il segreto del successo al cinema: "James T. Kirk è un pirata dello spazio"
Un successo che dalla televisione è saltato anche verso il grande schermo, una delle prime serie a farlo in modo riuscito, amplificando la portata visiva ed emotiva. Anche questo ha contribuito a creare il mito? "Beh, quello sono stato io!" ci ha detto ridendo, perché a lui si deve il secondo film, un vero capolavoro, Star Trek II: L'ira di Khan, "perché il primo film ha fatto incassare denaro, ma non era, in qualche modo, soddisfacente. Quando sono stato coinvolto in Star Trek, non ne sapevo nulla. Ma mentre guardavo gli episodi che mi mostravano, pensavo: 'Questo mi ricorda qualcosa che amo'. Ma non riuscivo a capire cosa fosse, perché sono lento. E poi, un giorno, mi sono svegliato e ho pensato: 'Aspetta un attimo. Quando avevo 13 anni, guardavo e leggevo i libri di Captain Hornblower'."
Un salto che sembra azzardato dallo spazio ai mari di C.S. Forester, ma se ci pensiamo: "un capitano della Royal Navy che vive molte avventure, ha una ragazza in ogni porto e, se hai 13 anni, questo ti sembra piuttosto fantastico. E allora ho pensato: 'Okay, quindi Kirk è Hornblower nello spazio aperto. Parliamo di sottomarini. Parliamo di navi da battaglia'. So come fare questo, posso farlo, perché ho guardato Lo sparviero del mare, ho guardato Il capitano Blood, ho visto Michael Curtiz, ho visto Errol Flynn. Ho capito. E così, quello è stato il mio modo di entrare in Star Trek. Ho semplicemente detto: 'Okay, mare, spazio, posso farlo'. Per anni non ho ancora capito quello che ti ho detto prima, ovvero di cosa parlasse davvero la serie, del fatto che le persone si unissero per fare le cose, non l'ho capito fino a più tardi. Mi sono concentrato solo sulla Marina e quant'altro."
Come è nato il capolavoro L'ira di Khan
Da qui a definire il film completo de L'ira di Khan non è stato però immediato. "Quando scrivevo la sceneggiatura di Star Trek II - L'ira di Khan, avevo cinque diverse bozze di film da cui attingere perché a loro non piaceva nessuna delle sceneggiature, ma erano scollegate tra loro. Quindi stavo mettendo insieme le cose, inserendo i miei dialoghi su tutto, il mio modo di parlare. E mentre le mettevo insieme, stavo scoprendo di cosa parlava quel film. Il film parla della vecchiaia, il film parla dell'amicizia, il film parla di un odio implacabile. E il film parla della morte, e di come affrontiamo la morte. Qual è la situazione in cui non si può vincere. E quelli sono i temi che ho inserito quando ho preso quelle cinque diverse storie e le ho messe insieme come un cubo di Rubik."
Il cinema oggi e la paura degli smartphone: "La soglia di attenzione si è ridotta"
Pensando al successo e i 60 anni di Star Trek ci viene da chiederci se sia possibile oggi creare qualcosa di nuovo così potente e capace di colpire l'immaginario al punto da durare decadi, in uno scenario così affollato di contenuti. "È sempre stato difficile. I film sono come i soufflé: o crescono o non crescono. Se qualcuno potesse capire come funziona, allora tutti i film avrebbero successo. E non è così. Come fai a trovare il 'fischietto per cani'? Sai cosa intendo con fischietto per cani? Quel livello di frequenza per cui tutti accorrono."
Una metafora intrigante e potente che però rende l'idea. "Ed è difficile, e forse più difficile oggi perché la nostra soglia di attenzione si sta riducendo. Tutti sono al telefono, guardano sempre il telefono. Guardano il telefono anche nelle sale cinematografiche. E gli studenti di cinema nelle università non vogliono guardare l'intero film. È troppo lungo, dicono 'Non ce la faccio, non posso', qualunque cosa. La loro soglia di attenzione è più breve, e questo mi spaventa. Questo mi spaventa".