Sound of Metal, la recensione: il rumore sordo del cambiamento

La recensione di Sound of Metal, scritto da Derek Cianfrance e diretto da Darius Marder, con uno straordinario Riz Ahmed.

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Sound of Metal: un primo piano di Riz Ahmed

Alla base di questa recensione di Sound of Metal c'è soprattutto l'esigenza di sottolineare quanto a volte l'impiego di grandi effetti speciali, o virtuosismi registici, sia del tutto superfluo per realizzare opere cinematografiche d'impatto, capaci di innescare nello spettatore quella partecipazione affettiva tale da commuoverlo fino a fargli assaporare le emozioni più pure. Il regista Darius Marder prende con cura tra le mani la storia di un Derek Cianfrance finalmente svestitosi della retorica melensa esacerbata nel precedente La luce sugli oceani, per narrare un viaggio dell'eroe non tanto verso il cambiamento, quanto verso l'accettazione di una rivoluzione interna e fisica che lo ha inizialmente sconvolto, trascinandolo in un mondo a lui sconosciuto e di cui non vuol far parte. La storia di Sound of Metal scorre lineare, senza ostacoli, ma le conseguenze del suo passaggio sono paragonabili a un fiume in piena. L'assenza di suono, la fissità della macchina da presa, una fotografia desaturata, sono ponti levatoi che si aprono sull'interiorità dello spettatore più sensibile, pronto ora a cogliere e far sua la storia di Ruben (Riz Ahmed), persosi nella selva silenziosa di un apparato uditivo che non funziona più, e da lì rinascere, apprendendo che non vi era sentiero più facile da intraprendere che accettare le proprie mancanze per tramutarle in qualcosa di unico e straordinario.

SOUND OF METAL: LA SINOSSI

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Sound of Metal: un primo piano di Olivia Cooke

Ruben è un giovane batterista che gira in tour per il mondo con la sua ragazza Lou (Olivia Cooke). Ex tossicodipendente, pulito da quattro anni, Ruben si accorge di percepire uno strano ronzio nelle orecchie e in poco tempo diventa quasi completamente sordo. Sopraffatto da ansia e depressione, su consiglio della propria ragazza, trova rifugio in una casa per sordomuti gestita da Joe, un veterano del Vietnam anch'egli sordo dopo lo scoppio di una bomba. Vivendo a stretto contatto con persone che lo possono comprendere perché ritrovatesi nella sua stessa situazione, Ruben arriva ad accettare la sordità, anche se non perde la speranza di tornare a sentire grazie a un impianto artificiale, e così tornare a suonare e riunirsi con Lou, nel frattempo trasferitasi in Francia dal padre (Mathieu Amalric).

SOUND OF METAL E IL SILENZIO OVATTATO DELL'INTERIORITÀ

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Sound of Metal: Riz Ahmed in una sequenza

Lo spettatore del 2000 è investito da fiumi di opere audiovisive da consumare in maniera bulimica. Assumiamo le immagini in movimento come alimento dello spirito, lasciando che spesso sia la musica a orientarci nella profondità della natura dei sentimenti, anticipando il sopraggiungere di un senso di timore, ansia, amore, o commozione. A volte lo diamo per scontato, ma quello vantato dalla colonna sonora è uno strumento emozionale ed emozionante dalla portata ineguagliabile. Quando questo aspetto viene a mancare, lo spettatore si ritrova frastornato, perduto, investito da un'ondata perturbante simile a quella che ha colto impreparato il protagonista del film di Marder. La volontà di giocare tutto sull'impiego di un susseguirsi di suoni interiori fattisi doppio dell'apparato uditivo danneggiato del protagonista, diventa dunque il punto di forza di Sound of Metal. Una scelta quasi ironica, dato che a farla da padrona è una cappa di silenzio ovattato in un'opera che vanta nel titolo il termine "sound", "suono".

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Sound of Metal: Olivia Cooke in una scena del film

Lo scarto tra l'incipit adrenalinico di una performance hard-rock eseguita con la forza della rabbia e della passione, e quella di un'invalidità da accettare e far propria, ma inevitabilmente allontanata e disconosciuta, è il vero cuore pulsante di Sound of Metal. Una scelta talmente azzeccata da ribaltare anche i difetti dell'opera, uno su tutti l'estrema durata (due ore sono troppe per un film che poteva risolversi in un'ora e mezza). Il coro che circondava Ruben si è ora frantumato in singole voci ovattate, lasciando al suo posto una scia di echi sottili, pronti a disperdersi nell'ambiente e ridati perfettamente sullo schermo dal montatore del suono grazie a un lavoro di distorsione e manipolazione della colonna sonora. Arriva presto per il film di Marder il fatal-flow che vede cadere il proprio protagonista tra le fiamme di un inferno senza suoni. Troppo alto il rischio di vedere bruciare in poco tempo la fiamma del coinvolgimento affettivo nel cuore dell'intreccio, eppure l'alchimia tra i vari interpreti e la bravura dell'intero cast tecnico eleva il film a incendio perenne pronto a investire il pubblico in ogni passaggio. I personaggi per loro natura sono costretti a tacere, permettendo al film di funzionare proprio nel silenzio di uomini e donne che accettano la loro situazione, il tutto mentre Ruben vive assillato e assalito dai propri fantasmi. L'agonia provata dal protagonista supererà ben presto i confini dello schermo, assalendo uno spettatore pronto ad accogliere e far proprio il dolore di Ruben. Una condivisione di stati d'animo facilitata soprattutto dalla rimozione e distorsione della colonna sonora, specchio di una realtà che per molti è diventata quotidianità; una realtà, quella della sordità, da abbracciare, accettare, e non certo da allontanare o tentare di cancellare con l'inserimento di un semplice impianto cocleare. Una realtà che Ruben finalmente imparerà, seppur a fatica, a far sua.

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DARE FORMA AL CAMBIAMENTO

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Sound of Metal: una scena del film con Olivia Cooke

La perdita improvvisa dell'udito può trascinare l'essere umano in una bolla di vetro che lo isola dagli altri, vivendo di suoni ovattati ed echi lontani di parole che vanno perdendosi. Un colpo in pieno volto da cui Ruben sembra incapace di rialzarsi. Se non può essere la musica a dar voce allo sconvolgimento d'animo che travolge il protagonista, è il susseguirsi di primi e primissimi piani a rendere visibile ciò che è invisibile, come la sua anima conflittuale. La trama di Sound of Metal si fa dunque puro canovaccio da dipanare in maniera fluida, pur senza il ruolo chiarificatore della parola; ed è proprio in questa assenza che trova il suo gioco forza. Grazie a un sapiente uso del montaggio, tutto giocato sull'alternanza di riprese ampie, fatte di suoni restituenti lo sguardo di un osservatore estraneo alla storia, a inquadrature ristrette che si fanno specchio dell'interiorità di Ruben, Sound of Metal trascina il proprio spettatore rendendo esplicito e privo di complessa retorica il messaggio alla base della narrazione: quanto difficile può rivelarsi l'accettazione di un cambiamento. È soprattutto attraverso l'uso di questi piani ristretti che il regista esacerba, sottolineandolo, il senso di perdita non solo uditiva, ma anche interpersonale, del protagonista che da animale sociale si sente ridurre ad animale in gabbia. I primi e primissimi piani, i movimenti minimi e calibrati di una handycam mai invadente, e inquadrature dal basso che schiacciano il personaggio verso il proprio baratro personale, costruiscono un percorso che il protagonista compie in bilico tra due mondi che non comprende: da una parte una comunità che lo coccola, lo accoglie privo di voce, ma ricco di gesti d'amore; dall'altro il mondo di cui era parte integrante, fatto di rumori, musiche, ricordi lontani che ormai non comprende più e da cui si sente rigettato.

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Sound of Metal: Riz Ahmed in una scena del film

Solo, figlio di un mondo che lo abbandonato, e di un altro che non riesce a far suo, Ruben è un pellegrino solitario alla ricerca del proprio posto nell'universo. L'intreccio narrato vive alimentato dalla finzione riflessiva piuttosto che con un realismo da cinema hollywoodiano che tante volte punta sull'artificiosità dello spettacolo. Il regista coglie il sottile substrato morale delle parole, anche quelle non pronunciate a voce, ma suggerite con l'uso del linguaggio dei segni. La macchina da presa sottrae il suono delle parole vestendole di muto rumore, affiancandosi al microuniverso di questo giovane uomo per restituirne la sua duplice natura conflittuale. circondato da decine di persone, ma afflitto da una sensazione di isolamento, intrappolato in un mondo ovattato, Ruben si eleva alla ricerca di una soluzione quando soluzione forse non serve. "You don't need to fix anything here"; "non c'è niente da aggiustare qui" gli dirà un giorno Joe, quasi a volergli suggerire come a volte basti solo saper accettare se stesso e i propri limiti, perché non siamo robot da aggiustare, ma corpi imperfetti da comprendere, conoscere, apprezzare.

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RIZ AHMED E IL SILENZIO DELL'ANIMA

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Sound of Metal: una scena del film con Riz Ahmed

In un mondo così minimale, scevro di effetti digitali, a giocare un ruolo chiave di carattere magnetico è anche la performance degli attori, il loro sguardo, il significato e l'emozione nascosta dietro ogni micro-espressione. Riz Ahmed ancora una volta si dimostra un interprete profondo, capace di dosare con cura i sospiri e le urla mai caricate, ma sempre giustificate da una guerra interiore pronta a scoppiare adesso una... due... tre... mille volte. Quello di Riz Ahmed (il cui corpo tatuato ricorda qui quello di Ryan Gosling in Come un tuono, scritto da Cianfrance e Marder) è un volto simulacrale, maschera fatta di occhi sgranati e impauriti, attraversati dallo spettro di tante sconfitte e altrettanti agognati, illusori, successi. Creta malleabile sulla forza del potere creativo del regista, Ahmed restituisce la potenza emotiva nascosta tra gli spazi bianchi della sceneggiatura, facendosi portavoce dell'evoluzione di un uomo che nonostante tutto comprende come la morte del linguaggio si possa elevare a ponte in un'afasia trionfante aperta sul cambiamento. Un corpo vuoto, quello prestato dall'attore al personaggio di Ruben, violato e frantumato. Perché alla fine, a ben guardare, nella storia di Ruben e nella sua lotta all'accettazione della propria sordità, Sound of Metal non fa altro che narrare la storia di noi tutti, fatta di ostacoli da superare e difetti da far propri, accettare, interiorizzare.

Conclusioni

Concludiamo questa recensione di Sound of Metal sottolineando quanto una scelta semplice, come l'eliminazione o manipolazione del suono, può risultare una carta vincente per immergere lo spettatore nel dramma del protagonista, realizzando al contempo un film di impatto.

Movieplayer.it
3.5/5
Voto medio
3.3/5

Perché ci piace

  • L'impiego dei suoni interiori.
  • La performance di Riz Ahmed.
  • La delicatezza del tema trattato scevro di retorica.
  • La regia minimale.

Cosa non va

  • L'eccessiva durata del film.
  • Il concentrarsi su certi passaggi alquanto inutili allo scorrere dell'intreccio.