Solo cose belle, la recensione: Un manifesto sull’accoglienza

La recensione di Solo cose belle, un film reale e genuino sul valore della diversità e sul superamento del pregiudizio.

RECENSIONE di 09/05/2019
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Solo Cose Belle: una scena del film

Ci sono storie che hanno il potere della semplicità e la forza di arrivare allo spettatore in punta di penna, senza urli o scene madri, basta la loro autenticità. Nessuna rincorsa all'applauso, davanti solo la vita così com'è. È quello che succede per questo piccolo film in sala dal 9 maggio, timido e composto esordio alla regia di Kristian Gianfreda; la recensione di Solo cose belle non può non partire da qui, dalla verità come cifra stilistica di un racconto carico di significati in un momento storico attraversato dalla paura del diverso e dall'inasprimento delle tensioni sociali.

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Solo Cose Belle: un'immagine del film

Forse quando tre anni fa regista e sceneggiatori iniziarono a pensarci non avrebbero mai immaginato che questa storia sarebbe diventata un manifesto dei tempi che viviamo: "Alcune situazioni del film, che oggi sembrano cadere a pennello, all'epoca erano quasi impensabili e invece, abbiamo anticipato i tempi", raccontano. Ispirata alle "cose belle" della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da Don Oreste Benzi nel 1968 e alle case-famiglia nate al suo interno, la pellicola adotta un registro volutamente popolare e proprio in questa scelta risiede uno dei meriti del film: la capacità di parlare a quante più persone possibili, senza cedere però al compromesso della faciloneria e dei buoni sentimenti (finale escluso).

La trama: una commedia priva di retorica

Il linguaggio e la struttura fanno pensare a una fiction di casa Rai, ma alcune scelte registiche denunciano una presenza autoriale, che consente al film di reggere tempi e ritmi da grande schermo. La trama di Solo cose belle mette in campo il valore della diversità come ricchezza da preservare e la predisposizione all'accoglienza come auspicabile. A fare a pezzi la paura del diverso e il pregiudizio, è una storia semplice e lineare, che procede senza alimentare facili retoriche, sia in un senso che nell'altro. Tutto ha origine da un incontro-scontro, una sorta di cortocircuito tra mondi solo apparentemente distanti: a dare l'avvio alla vicenda è infatti l'incontro tra la diffidente Benedetta (Idamaria Recati), sedicenne figlia del sindaco di un piccolo centro dell'entroterra romagnolo, e una stravagante e chiassosa casa famiglia, appena arrivata in paese sconvolgendone gli equilibri. Quel bizzarro microcosmo di tipi umani che conta due genitori, un rifugiato nigeriano, una ex-prostituta e sua figlia appena nata, un ex detenuto appena adolescente, due ragazzi disabili e un figlio naturale, dovrà fare i conti con una comunità che non sembra minimamente aperta al dialogo. Toccherà alla storia d'amore tra la giovane protagonista e Kevin (Luigi Navarra), uno dei ragazzi della casa, guidare il pubblico in un viaggio tra gli ultimi, alla scoperta della bellezza dell'altro nel tempo della diffidenza e dei proclami a caratteri cubitali, del disumano e delle elezioni combattute a colpi di sgomberi.

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Solo Cose Belle: uno dei protagonisti del film

Gli sceneggiatori affidano i toni del racconto a quelli leggeri della commedia corale, a volte confusa e rocambolesca, con l'obiettivo dichiarato di parlare a un pubblico ampio, anche se l'audience privilegiata sono i giovani, che l'inizio del film ci descrive come superficiali e diffidenti: "Sono indifferenti. È una lettura un po' impietosa del mondo giovanile di oggi, ma è evidente come dimostrano i numeri in forte calo del volontariato e del servizio civile, che i giovani si stiano spostando verso altri interessi. È una rappresentazione che legge un momento storico ben definito, in cui l'universo giovanile sta perdendo lo sguardo sul mondo degli emarginati", spiega il regista.

Personaggi reali

I temi trattati sono quelli che la cronaca ci offre ormai quotidianamente, ma non c'è spazio per i sentimentalismi, Kristian Gianfreda preferisce il reale: Solo cose belle è un film autentico, naturale, che trova la sua forza in una scrittura coesa e senza sbavature, e che al centro mette la realtà. A partire dal cast di attori, dai più noti (Giorgio Borghetti, Carlo Maria Rossi) ai due giovanissimi emergenti (Idamaria Recati e Luigi Navarra) perfettamente a loro agio nei rispettivi ruoli, fino ai non professionisti scelti tra i ragazzi disabili delle varie strutture della comunità Papa Giovanni XXIII per interpretare personaggi con disabilità.

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Solo Cose Belle: un momento sul set

Aderenza al vero anche in questo caso, senza scadere nell'esibizione irrispettosa o ricattatoria: "Dovevano essere persone con caratteristiche precise, ovvero essere consapevoli di quello che stavano facendo. E poi ci interessava trasmetterne la simpatia e la vitalità: l'essenza del film è che gli ultimi della società, gli emarginati e i più piccoli sono in realtà coloro che danno al resto della comunità la direzione e la misura giusta per vivere. Possono aiutare a rendere la società migliore, le loro personalità sono utili a tutti così come sono. Li abbiamo scelti proprio perché dovevano trasmettere questa forza", precisa Gianfreda.

Perdonabile la scelta di un finale forse un po' troppo consolatorio, ma funzionale all'istanza divulgativa del film: "Avevamo pensato a un finale che sicuramente avrebbe mantenuto un equilibrio estetico maggiore, ma abbiamo voluto fare un film popolare e l'happy ending ci permetteva di arrivare con più chiarezza a molte più persone". E chissà che non apra la strada a un futuro nella serialità contemporanea del servizio pubblico.

Conclusioni

Alla fine della recensione di Solo cose belle rimane la verità di un racconto che non ha bisogno di ricorrere a proclami o esacerbanti tirate retoriche. È un film reale e autentico, impreziosito da una scrittura solida e una regia composta, che denuncia una certa presenza autoriale, pur non disdegnando un linguaggio popolare che gli consente di parlare a un pubblico ampio e trasversale. Fatto di adulti e soprattutto giovani: è a loro e alla loro indifferenza che il regista affida il messaggio di una storia sul superamento del pregiudizio e sull’accoglienza. L’aderenza al reale attraversa il film a più livelli: dalla sceneggiatura al cast di attori, che annovera anche non professionisti scelti tra i ragazzi disabili delle varie strutture della comunità Papa Giovanni XXIII. Anche in questo caso l’abilità degli autori è quella di non scadere nel ricattatorio o nel facile sentimentalismo.

Movieplayer.it

3.0/5

Voto medio

3.7/5

Perché ci piace

  • Per la capacità di parlare al maggior numero di persone possibili adottando uno stile popolare, che pure non rinuncia a una certa presenza autoriale.
  • Per la semplicità di una storia, che sa evitare la falsa retorica e le esagerazioni.
  • Per la leggerezza con cui il film affronta il tema del diverso, degli ultimi e dell’accettazione dell’altro.
  • La vera forza è il solido lavoro di scrittura che permette alla storia e ai personaggi di risultare autentici e reali.

Cosa non va

  • Un finale un po’ troppo conciliante, ma in linea con un film volutamente popolare.