Sirat di Oliver Laxe non è un film come gli altri. Non vuole esserlo, non può esserlo. Sarà il gigantesco ego cinematografico, forse spropositato (e infatti potrebbe essere un problema, alla lunga), arrotando una personalità che non manca di certo ma che, forse, (di)storce lucidità e metrica. Costruito al millimetro, progettato e quindi strutturato per essere cinema d'effetto e di potenza (narrativa e scenografica), e ancora modellato sulle note sincopate di una musica che diventa religione.
Come tutte le religioni, però, l'ossessione che la muove si tramuta in un'inquietante alterazione, portando Sirat - presentato a Cannes - a un ulteriore (l'ennesimo?) livello di lettura, facendo degli strati - come è stratificato il deserto, solo in apparenza arido - le pagine da sfogliare e consumare, verso un finale dimostrativo, allegorico e tristemente profetico. Del resto, lo spagnolo Laxe definisce il suo Sirat un film "pre-apocalittico". Speriamo di no, ma visti i tempi qualche dubbio sorge.
Sirat: un rave lungo un film
Scritto da Oliver Lax insieme a Santiago Fillol, Sirat condensa 115 minuti all'interno dei confini non segnati del deserto del Marocco. Siamo da qualche parte, tra le montagne aride del meridione. Sembra Tatooine di Star Wars, o la Fury Road di Mad Max. Pochi dubbi sul lavoro fotografico di Mauro Herce: funziona. Luogo senza tempo e senza nome, immobile nonostante la musica di un rave unto e bisunto, che batte incessantemente un suono profondo, ipnotico, doloroso. Tra la folla si aggirano Luis ed Esteban, un padre e suo figlio (interpretati da Sergi Lopez e dal giovane Bruno Nunenz Arjona). Con loro, ad aspettare in macchina, una piccola cagnolina, Pipa.
Che ci fanno, lì, ai confini di un mondo sull'orlo della distruzione? Cercano Mar, figlia e sorella, sparita da giorni. Forse è stata risucchiata dalla musica. All'improvviso, un gruppo di soldati rovina la festa. Bisogna sgombrare, bisogna evacuare: pare che, dice la radio che gracchia, sia definitivamente scoppiata la Terza Guerra Mondiale. Veloce appunto: Sirat è disseminato di piccole annotazioni narrative, inserite nella storia in modo fin troppo furbesco, facendo perdere lo smalto e l'autenticità in funzione di un gratuito didascalismo. Inciso a parte, Luis ed Esteban si uniscono quindi alla carovana di un gruppo di reietti, nella speranza di trovare la sperduta Mar.
La musica di Kangding Ray e un film spietato
Come scritto all'inizio, Sirat sfugge a qualsiasi classificazione. Un "esercizio" di tensione che, però, può avere una lettura palindroma: la tensione, avvolta e sciolta costantemente da Sirat, si avvicina spesso ad un altro esercizio, quello di stile. Dietro la musica originale di Kangding Ray (banalmente, la musica non accompagna ma racconta, divenendo una sorta di contro-sceneggiatura), e l'andirivieni circolare di una carovana consumata dalla disillusione dalle droghe, Sirat si muove sempre e comunque in cerca dell'effetto garantito, riproducendo - per ammissione dell'autore - la stessa identica spietatezza del deserto, tanto da poter essere un film da vedere "una sola volta, e poi mai più".
Nel momento in cui si cerca di controllare l'incontrollabile, rendendolo cinema trascendentale in cui l'uomo e il collettivo si muovono all'interno di un cosmo in dissoluzione, Laxe perde l'abbrivio, facendo cuocere il racconto a tal punto da renderlo, addirittura, scotto. Perché, l'ineluttabile fatalità, mischiata alla de-umanizzazione, alla trascendenza a tutti-i-costi, portano le svolte (brutali, davvero) ad essere fin troppo ridondanti, quasi compiaciute nella loro marmorea ideologia di un cinema estremo ed estremizzato. Per questo, dentro Sirat, potrebbe esserci una radicalità contro-producente, che idolatra sé stessa, riducendo l'enorme portata di una sceneggiatura in cui pratica e teoria si incontrano a metà strada, lasciando uno strano sapore in bocca, masticato insieme a una spinosa domanda: Sirat, spregiudicato capolavoro o scontato tripudio manierista? Un dubbio che continua a sbracciare.
Conclusioni
Un film radicale e anomalo, costruito con grande rigore e animato da un’ambizione estetica e simbolica decisamente forte, a tratti ingombrante. Oliver Laxe firma un’opera che punta all’impatto sensoriale e concettuale, affidandosi a immagini potenti, a un uso totalizzante della musica. Allo stesso tempo, questa tensione costante verso l’assoluto rischia di trasformarsi in un esercizio di stile, pensato per colpire e non necessariamente per durare.
Perché ci piace
- La musica, ovvio.
- Lo spunto.
- Il giovane Bruno Nunez Arjona.
- Le svolte...
Cosa non va
- ... Alla lunga fin troppo ridondanti nella loro spietatezza.
- Un certo egocentrismo di fondo.
- Colpisce, ma non dura.