Occhi turchesi, pensiero attento, razionalità e istinto da grande attore. A margine della conferenza stampa de La Gioia di Nicolangelo Gelormini ci ritagliamo un quarto d'ora con Saul Nanni per un'intervista rilassata e ragionata. Classe 1999, eccolo finalmente nel suo primo ruolo da protagonista. "Un lottatore" l'ha definito Francesco Colella, suo compagno di set in una storia torbida e schizzofrenica, narrata però con un fare quasi liquido, etereo, sottratto. Merito della sceneggiatura di Giuliano Scarpianto e Benedetta Mori in collaborazione con Chiara Tripaldi, e merito ovviamente del cast ha saputo rileggere il "distanziamento emotivo lontano dalla cronaca" cercato dal bravo Gelormini.
Sì perché La Gioia racconta liberamente e implicitamente una terrificante storia vera: al centro una timida insegnate che "non ha mai conosciuto l'amore" catturata da un velenoso studente. In qualche modo, duettando silenziosamente con lo sguardo perso di Valeria Golino, Saul Nanni incarna il male assoluto, quasi infettivo. Un ragazzo "mosso dal nulla", secondo l'attore, "impaurito nel capire realisticamente cosa fosse". E se di sottrazione si parla, con Nanni siamo partiti proprio dal "movimento" determinante per costruire una figura in perpetua mutazione.
La gioia: il grande lavoro attoriale di Saul Nanni
Saul, hai lavorato in sottrazione, nonostante un personaggio così estremo. Come hai fatto?
"Alessio, il mio personaggio, è camaleontico, istrionico, ha mille volti. Nicolangelo non voleva che io facessi un lavoro emulativo rispetto la storia di cronaca. Il film è tratto da un'opera teatrale, quindi io in primis mi sono focalizzato su quello che leggevo, su quello che vedevo, su quello che mi diceva il regista. Dietro, c'era l'idea che fosse un ragazzo con la capacità di saper essere qualsiasi cosa l'interlocutore volesse da lui. Lo 'trovavo' ogni volta in scena, sul momento. Questo mi ha permesso di muovermi, vivendo l'istante, costruendolo lì per lì".
Alessio rappresenta un male universale, infettivo?
"Sicuramente è anche figlio di un male infettivo, che arriva dalla famiglia. Vive un rapporto morboso con i sentimenti. U ragazzo che ha una corazza e respinge tutto ciò che di positivo la vita gli prova a offrire. E in questo si può trovare un certo male assoluto. Non voglio generalizzare, ma questo tema è rintracciabile in diverse generazioni quando si parla di filosofia del nulla, spesso mossi dalla superficialità. Lui vuole i soldi, ma per farci cosa?"
A proposito di generazioni. Perché la tua è così criticata?
"Perché spesso ci esponiamo. Abbiamo anche i mezzi, probabilmente, per esporci di più rispetto a vent'anni fa. Nel bene o nel male possiamo dire la nostra. Un giovane ha sempre qualcosa da dire, e se in più ci sono mezzi, automaticamente diventa più forte, più esposto, più pericoloso".
Il set con Jasmine Trinca e Valeria Golino
Restando nel tema, ne La gioia ci sono Valeria Golino, Jasmine Trinca, Colella. Cosa ha, in più, la tua generazione attoriale?
"Io in più di loro non ho nulla! Mi sento proprio di doverlo scrivere nero su bianco. Anzi, ho trovato la salvezza negli sguardi di Jasmine e Valeria. Sono delle attrici che danno una tale sicurezza... Non so, più passa il tema, ma mi sembra di capire che il 95% delle volte questo è un lavoro o un gioco, come lo si vuol chiamare, che spesso si fa almeno in due. È un gioco che si basa sull'ascolto, sull'essere lì con qualcun altro in un certo momento e provare a ripeterlo in continuazione. Sono due donne magiche. Sai, quando ci si sente ascoltati ci si sente sicuri, ci si sente protetti".
A proposito di ascolto, oggi abbiamo smesso di ascoltarci a vicenda?
"Faccio sempre fatica a parlare per gli altri, nel senso che non lo so quanto abbiamo smesso di ascoltare. Per quanto riguarda me, è una delle cose che adoro più nella vita, è sicuramente ascoltare, stare in ascolto e sfogare la mia grandissima curiosità. Quando vengo circondato da persone che hanno così tanto da darmi, che hanno così tanto da insegnarmi, l'ascolto è un lusso. Poi ascoltiamo meno, forse sì. Ma questo è un mondo così veloce, che si muove così velocemente, dove sembra sempre di essere rimasto indietro, che anche l'ascolto può essere visto come qualcosa di lento".
Saul Nanni e l'amore: "crederci sempre"
Ne La Gioia c'è questa madre che dimenticato di essere madre. Ma è vero che il nostro destino è deciso dal nostro sangue?
"Questa è una domanda delicata, perché in fondo mi viene da dire che gli artefici del proprio destino siamo noi, punto basta. Una determinata azione l'ha compi tu, sei tu il decisore. Allo stesso tempo non posso negarti che il contesto in cui si cresce fa sì che comunque si diventi qualcosa o qualcos'altro ancora. Questo per me è un fatto. Poi è chiaro che sta sempre alla persona cosa vuole essere. Tuttavia, le vite spesso vengano influenzate o comunque indirizzate verso certe strade".
La nostra società vuole imporre, mettere paletti, eppure basterebbe educare ai sentimenti. Che ne pensi?
"Un'autorità non autorevole. Forse è vero. Siamo esposti fin da subito a quello che è il mondo delle relazioni. Capita di farsi idee sbagliate, perché spesso non si è guidati, non si ha l'input giusto. Un tema che trovato anche nel film: Alessio è un personaggio che ha anticorpi al sentimento e alla positività. Determinato dal fatto che la sua educazione sentimentale non solo non esisteva, ma gli insegnava che il buono, l'amore, il bello, in fondo sono cose che non esistono. Ci vogliono grande coraggio, lungimiranza e intelligenza per riuscire realisticamente a uscire da certi dogmi che la vita ti ha creato attorno".
Per questo oggi l'amore fa così paura?
"Io l'amore provo a coglierlo sempre. A me non fa paura. Lo cerco. Lo cerco e lo rincorro. E mi auguro che l'amore resti sempre con me".