Saturday Fiction, la recensione: Sette giorni per cambiare la storia del mondo

La recensione di Saturday Fiction, film tra il melò e lo spionaggio diretto da Lou Ye presentato in concorso a Venezia 76.

RECENSIONE di 06/09/2019
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Saturday Fiction: un momento del film

Un punto interessante, sul quale ci soffermeremo in questa recensione di Saturday Fiction, è come il film di Lou Ye sappia immergere lo spettatore in un contesto storico ben preciso, fornendo un punto di vista diverso rispetto a quello che abbiamo avuto modo di seguire in produzioni occidentali che in qualche modo l'hanno preso in esame. Un punto di vista interessante che viene declinato nella forma di una miscela tra melò e spionaggio, messa in scena in bianco e nero e caratterizzata da una discreta ricostruzione storica, avvalendosi del supporto di una delle attrici cinesi più note in Occidente, Gong Li, e giocando con l'ambiguità di alcuni ruoli e personaggi.

La storia che cambia nella trama di Saturday Fiction

Il momento storico a cui ci riferiamo è il 1941, periodo in cui la Cina ha visto svilupparsi una intensa attività di intelligence tra Alleati e potenze dell'Asse sin dall'occupazione giapponese. Su tale complesso sfondo storico, seguiamo la protagonista Jean Yu, celebre attrice di ritorno a Shanghai per recitare in Saturday Fiction, diretta dal suo ex amante. C'è però un velo di ambiguità che riguarda le reali intenzioni dell'attrice, che si muove disinvolta tra il liberare l'ex marito e procurarsi informazioni sulle forze alleate, tra l'impegno nei confronti del padre adottivo e la fuga dai pericoli della guerra. Un'ambiguità di fondo che si riversa anche su ciò che la circonda nel momento in cui porta avanti la propria missione, a tal punto che diventa difficile distinguere amici e agenti sotto copertura e capire se sia il caso di diffondere le informazioni di cui entra in possesso sull'imminente attacco a Pearl Harbor.

Il palcoscenico del mondo

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Saturday Fiction: una scena del film diretto da Ye Lou

Centrale nello sviluppo di Saturday Fiction è il Teatro Lyceum, tanto da meritare la citazione nel titolo originale del film di Lou Ye, un luogo che il regista conosce molto bene perché ne viveva l'attività e le figure che si muovevano dietro le quinte insieme ai genitori che vi lavoravano. Un mondo che il regista cinese riproduce ed evoca, nel tratteggiare le vite di individui che si muovevano fuori e dentro il teatro e il suo palco, ignari di quanto si stesse muovendo attorno a loro: l'autore si concentra infatti su un momento specifico di quel periodo storico, sulla prima settimana di dicembre del 1941, sette giorni che hanno condotto all'entrata in guerra ufficiale degli Stati Uniti, una manciata di giorni in cui le sorti del mondo sono state ridefinite.

Una costruzione in crescendo

Il contro del complesso racconto di quei pochi giorni riguarda la necessità di introdurre il contesto storico e i suoi interpreti, con la conseguenza di mettere in piedi una prima parte di Saturday Fiction che stenta a carburare: complice un bianco e nero offuscato e opprimente, nonché qualche informazione che per noi spettatori occidentali è meno nota o radicata, si fa un po' fatica a entrare nella storia del film e il suo background. Ciò è dovuto anche alla ricchezza di personaggi, le connessioni tra i quali non sono sempre semplici da seguire e richiedono un'attenzione elevata. Un piccolo sforzo ricompensato da una seconda parte in crescendo, che riesce finalmente a catturare l'interesse con i suoi intrighi, ma va anche oltre dosando sapientemente il ritmo e concedendosi anche un paio di sequenze d'azione ben costruite e montate.

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Saturday Fiction: una scena drammatica del film

Conclusioni

Per concludere la nostra recensione di Saturday Fiction, riprendiamo quel che consideriamo il maggior motivo di interesse del film di Lou Ye, ovvero il proporre un punto di vista sentito e originale su un momento di snodo importante per la storia mondiale. Ma il mix di melò e spionaggio messo in piedi dal regista soffre una prima parte in cui si fa un po’ fatica a entrare nell’intrigo, per poi lasciarsi andare a uno sviluppo in crescendo che conquista con un finale più coinvolgente e dinamico. Buono il cast, guidato da una delle attrici più note della Cina, Gong Li.

Movieplayer.it

3.0/5

Voto medio

3.5/5

Perché ci piace

  • Gong Li, punto di riferimento di un cast mediamente di buon livello.
  • Il momento storico che racconta con precisione e originalità.
  • Una seconda parte in crescendo che tiene viva l’attenzione…

Cosa non va

  • … ma arriva dopo una parte iniziale in cui si fa fatica a entrare nella storia.
  • Si dà per scontato qualche passaggio che avrebbe aiutato a seguire meglio la vicenda.