Quando al termine di un film continuiamo a tornarci con la mente, vuol dire che l'opera è riuscita e soprattutto che avremmo voglia di poterlo approfondire parlandone con chi l'ha realizzato. È successo con Robin Hood - Il prezzo del sangue, al cinema con I Wonder Pictures, e siamo stati felici di poterci confrontare con il regista Michael Sarnoski per farci raccontare qualcosa delle scelte fatte per questa versione dell'eroe interpretata da Hugh Jackman. Ecco cosa ci ha raccontato, dalla genesi del progetto al casting e le scelte visive per potarlo su schermo.
De-costruire il mito: dalla leggenda medievale alla figura della Priora
Partiamo dalla genesi di Robin Hood - Il prezzo del sangue: perché questo materiale di partenza e questa versione così originale di un personaggio noto e amato? "Sono sempre stato affascinato dalla vecchia leggenda sulla morte di Robin Hood. L'ho letta quando avevo circa 10 anni e mi ha subito colpito: sei abituato a questo personaggio del folklore che sembra immortale, e leggere una storia sulla sua morte così umana e semplice mi ha toccato molto da bambino. Ne ero affascinato. Ma ho sempre voluto esaminare il personaggio della Priora e il suo legame con Robin, l'intimità di quella relazione e il modo in cui chiudeva la storia. Nella leggenda originale lei veniva ritratta come la classica figura malvagia, la 'suora cattiva', e io volevo scavare più a fondo."
E per scavare è necessario porsi delle domande: "come poteva essere una Priora dell'epoca? Cosa potevamo esplorare del suo passato e delle sue convinzioni come guaritrice e figura religiosa? E, dall'altro lato, come doveva essere davvero la vita di un bandito medievale? Alcune di queste leggende sono molto brutali, forse col tempo sono state edulcorate e ripulite. Come poteva essere la storia originale e cosa avrebbe provato qualcuno di fronte a quelle leggende vedendole realizzarsi?" Domanda a cui Il prezzo del sangue prova a dare intriganti risposte.
Mantenere l'intimità in progetti ad alto budget
Ci colpisce che Sarnoski parli di intimità, perché è una caratteristica preziosa del suo cinema che avevamo apprezzato in Pig e che siamo stupiti sia riuscito a mantenere anche qui e in A Quiet Place: Giorno 1, produzioni più ricche. È difficile mantenere il proprio approccio in film ad alto budget? "Per certi versi sì. Quando lavori con uno grande studio ci sono più persone coinvolte e tutti hanno opinioni, ma al centro di tutto, praticamente ogni film che faccio parte da un personaggio: c'è qualcosa in un personaggio che mi affascina. Tutte le decisioni sulla storia e sul mondo nascono da lì."
È stato così anche nel lavoro precedente, un salto importante rispetto a Pig: "Anche con A Quiet Place: Giorno 1, alla fine si trattava di una persona in punto di morte che vede la sua città morire intorno a sé e non vuole sopravvivere, ma sta cercando una riconnessione con il suo passato e la sua città. Il cuore di quel film era un aspetto intimo e umano. Ho bisogno di partire da un personaggio e da una voce, poi il mondo viene di conseguenza. Quindi, a prescindere dalla scala della produzione, questo rimarrà sempre il mio punto di riferimento."
Hugh Jackman e Jodie Comer: l'intesa "magica" sul set
A interpretare Robin Hood troviamo un ottimo Hugh Jackman, ma accanto a lui troviamo un cast affiatato, ben amalgamato, che consente allo spettatore di entrare nella storia e crederci. È stato difficile metterlo insieme e farlo funzionare così bene? "Era un equilibrio molto sottile, ma sorprendentemente non è stato difficile. Pensavo che lo sarebbe stato, specialmente nel trovare la giusta alchimia per il duo formato dalla Priora e Robin, che è una dinamica molto specifica da catturare. Ma sia Hugh [Jackman] che Jodie [Comer] sono arrivati a questo progetto in modo quasi magico. Mi sento persino viziato e non voglio far credere che funzioni sempre così, ma c'è stata subito sintonia. Aveva perfettamente senso, vedevamo tutti il film allo stesso modo ed entrambi erano entusiasti. Insieme avevano una dinamica perfetta. Avrebbe potuto essere davvero dura, invece stavolta è successo quasi per magia. Non sarà sempre così e nessuno dovrebbe aspettarselo, ma per questo film è andata bene."
Pellicola, pittori e il cambio di formato: i segreti visivi del film
Altrettanto magica la riuscita della messa in scena, il look generale del film. "Pat Scola ha curato la fotografia di questo film, ed è il direttore della fotografia di tutti i miei film finora. Per me è come un fratello, ha un talento incredibile. Questo è stato il nostro primo film girato in pellicola. Sapevamo di volere un'atmosfera 'senza tempo', per cui non riesci a capire in quale momento degli ultimi 50 anni sia stato realizzato. La pellicola è stata una parte fondamentale di questo, così come le riprese dal vivo nei luoghi reali e gli effetti pratici. Penso che Pat si sia ispirato molto ai pittori classici, cercando elementi tradizionali ma intimi. Abbiamo anche adottato un cambio di aspect ratio: all'inizio il film è in 2.39:1, ma quando ci spostiamo al priorato passiamo a 1.66:1. In questo modo l'inquadratura diventa più intima, focalizzata sui volti e sul dramma, per poi dare una sensazione quasi trascendente, più aperta e ariosa. Ci sono state molte decisioni dietro a tutto questo, ma il merito va a Pat."
Il Robin Hood del cuore? Quello animato della Disney
Un'ultima curiosità riguarda proprio il personaggio, così ampiamente trattato dal cinema, con tanti interpreti e versioni differenti a cui il pubblico si è potuto affezionare. Michael Sarnoski aveva un Robin Hood preferito? "È un'ottima domanda" ci ha detto, "penso sia un po' come per James Bond: il tuo preferito è quello con cui sei cresciuto. Per me è stato il Robin Hood della Disney, quello con la volpe. È stato il Robin della mia infanzia e lo amo ancora. Lo abbiamo persino guardato con tutta la troupe prima di iniziare la produzione di questo film! È un titolo speciale per me, molto diverso da questo, ma davvero speciale."