Richard Dreyfuss: “Il premio Oscar? Sarebbe stato meglio vincerlo a 70 anni”

Il suo amore per Roberto Benigni, i rimpianti per una carriera che non è stato in grado di gestire al meglio, la portata rivoluzionaria del movimento #MeToo e un ambizioso progetto futuro. Richard Dreyfuss si racconta a Movieplayer.

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Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo gli hanno regalato una straordinaria popolarità. La vittoria del premio Oscar (a soli 30 anni) per l'interpretazione dell'aspirante attore Elliot Garfield di Goodbye amore mio! lo ha consegnato alla storia.
Richard Dreyfuss ha avuto un inizio di carriera sfolgorante poi, lo ammette lui stesso, si è un po' perso. Colpa delle dipendenze, dall'alcol e dalla droga, ma anche di un cinema che ha via via perso sempre più fascino. Ce lo racconta in occasione della sua partecipazione al Taormina Film Festival.

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Nia Vardalos e Richard Dreyfuss in una scena del film My Life in Ruins

Joie de vivre

Qual è il suo rapporto con il cinema italiano?

Ho 70 anni e guardo film italiani da quando ne avevo 9. I registi che ho amato di più sono stati Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini e stravedo per Roberto Benigni. Mi piacerebbe tanto lavorare con lui perché mi ha insegnato che la risata è il dono più grande. Se mi ricapitasse di vincere un premio mi piacerebbe dimostrare tutta la gioia del mondo come è stato capace di fare lui.

Quando nasce questa sua passione per Benigni?

Quando vinse l'Oscar per La vita è bella e si precipitò sul palco tutto il mondo si innamorò di lui, me compreso. Credo che sia un artista unico perché è capace di esprimere voglia di vivere attraverso la sua arte.

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Secondo lei qual è l'attuale stato di salute del cinema?

Posso parlare solo del cinema americano perché è quello che conosco meglio. Lo trovo moribondo. Si producono sono sequel e controsequel e gli studios sono diventati dei cani che si mordono la coda. Sono riluttanti ad uscire fuori da queste dinamiche ed assumersi dei rischi. Hanno smesso di puntare sull'arte e di lasciare il gusto al pubblico. L'unica cosa che importa è garantirsi un ritorno economico.

Va al cinema?

Veramente al giorno d'oggi non mi ritrovo ad andare più a vedere i film di frequente. Dopo aver trascorso tutta la vita a girare film preferisco leggere e fare altro. Credo di essermi meritato una vacanza dal cinema. Piuttosto guardo Il trono di spade.

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Educare per cambiare

Richard Dreyfuss interpreta Dick Cheney nel film W.

E a livello professionale come sta investendo le sue energie?

Sto scrivendo un romanzo storico e delle sceneggiature. Sono particolarmente concentrato su un libro sul sistema educativo in America. Sono tornato a scuola, ho studiato e credo di aver trovato qualcosa che amo tanto quanto recitare. Spero di completare il libro prima della fine dell'estate.

Una materia decisamente importante nell'era Trump.

Lo era anche prima. Trump non è la causa dei nostri problemi ma la conseguenza. Per duecento anni l'America ha cambiato gli equilibri del potere in tutto il mondo. Ci siamo sempre concentrati sui ricchi e sull'aristocrazia. Ignorare che nel mondo è attualmente in atto una rivoluzione dimostra solo quanto siamo attaccati ai nostri privilegi. O accettiamo questo oppure non ci riconosceremo più nel nostro nome: gli Stati Uniti d'America.

Considera anche il movimento #MeToo una rivoluzione?

Non credo che sia rivoluzionario ma sicuramente un passaggio storico importante che vede protagonista una parte oppressa della nostra società. Donne e uomini si stanno facendo avanti, mettendoci la faccia, affinché gli abusi non avvengano più. Stanno sfaldando una tradizione tanto cara agli americani, e al mondo occidentale in generale. Penso che il #MeToo stia veicolando un messaggio importante per le generazioni future.

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L'ora giusta

Lo squalo: Roy Scheider, Richard Dreyfuss e Robert Shaw in una scena del film

Qual è stato il momento più importante della sua carriera? Non mi dica vincere il premio Oscar...

(Ride, n.d.r.) L'incontro con Roberto Benigni. Tre anni fa ero ospite a Roma per una manifestazione e chiesi di incontrarlo. Era un mio sogno. Ci siamo incontrati con le rispettive mogli in un museo. Non siamo riusciti a trovare una location più adatta per evitare che fosse assalito dalla folla.

Quindi non mi avrebbe risposto che la vittoria della statuetta le ha cambiato la vita?

Mi sono sentito felice e orgoglioso di me ma ero consapevole del fatto che fosse troppo presto per ottenere quel riconoscimento. Mi ha spianato la strada e allo stesso tempo privato di obiettivi.

Ha qualche rimpianto?

Dopo quella vittoria mi sono impigrito. Onestamente le dico che non ho avuto la carriera che desideravo e che avrei potuto avere se avessi vinto l'Oscar a 70 anni. Solo con la maturità di oggi sarei stato in grado di dare a quel premio il giusto valore e metterlo al servizio del mio talento.

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