Recensione Pivano Blues - Sulla strada di Nanda (2011)

Fernanda Pivano ci ha fornito la chiave del paradiso, ha arricchito la nostra cultura propagandando, attraverso le opere da lei tradotte, la libertà di pensiero, la giustizia, la pace, ma anche l'irriverenza, la lotta contro l'establishment perbenista e l'ipocrisia.

On the road with Nanda

La passione di Teresa Marchesi per la mitica Fernanda Pivano ci ha contagiati. E come potrebbe essere altrimenti per noi fanatici di cultura americana che a tredici anni, sdraiati sul letto ascoltando Lou Reed che ci sussurrava "It's such a perfect day...", sognavamo di percorrere le strade polverose degli Stati Uniti seduti sui sedili di pelle a fianco di Dean Moriarty e Sal Paradise.
Nel corso di questa Mostra del Cinema di Venezia, da lassù, Fernanda ci ha fatto un regalo. Chi altri sarebbe stato in grado di convincere la ribelle Patti Smith a esibirsi unplugged, chitarra a tracolla, sul red carpet? E Patti è solo una dei tanti ospiti presenti, in carne e ossa o sul grande schermo, nel documentario Pivano Blues - Sulla strada di Nanda in cui Teresa Marchesi ha raccolto tributi, omaggi e testimonianze di star musicali il cui cammino ha incrociato quello dell'infaticabile giornalista e traduttrice che ci ha regalato l'America. Vasco Rossi, Jovanotti, Fabrizio De Andrè, Lou Reed, Piero Pelù e Ghigo Renzulli (autori delle musiche originali del film), Ligabue e Morgan. E ancora Abel Ferrara e George Clooney, che con la musica non c'entrano poi molto (anche se Ferrara, di tanto in tanto, si diletta con la sua chitarra blues), ma che sono stati folgorati dal fascino irresistibile di Nanda.

Fernanda Pivano ci ha fornito la chiave del paradiso, ha arricchito la nostra cultura propagandando, attraverso le opere da lei tradotte, la libertà di pensiero, la giustizia, la pace, ma anche l'irriverenza, la lotta contro l'establishment perbenista e l'ipocrisia. In apertura di documentario Patti Smith ne ricorda lo spirito di contestatrice e fanatica che la spinse a portare al collo fino all'ultimo il simbolo della pace. La Pivano stessa, attraverso i suoi Diari, rievoca le lotte con la censura per tradurre libri proibiti come l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e lo scandaloso Urlo, capolavoro di Allen Ginsberg, la cui tormentata pubblicazione ha richiesto sei anni. I ricchissimi materiali d'archivio contenuti nel documentario della Marchesi ci mostrano un inedito Ginsberg impegnato in un reading pubblico, ma anche la problematica intervista a Jack Kerouac, catatonico provocatore che ha fatto sudare freddo la povera Nanda di fronte alla telecamera.

Il debito che noi abbiamo nei confronti di Fernanda Pivano è immenso e il lungometraggio restituisce qualcosa alla sua memoria convincendo Francesco Guccini ad ammettere che forse l'incipit del suo Dio è morto involontariamente cita l'Urlo ginsberghiano, mentre Abel Ferrara ricorda che, in virtù dei rapporti strettissimi di Fernanda con Hemingway, l'aveva contattata per scrivere insieme un film sullo scrittore, giornalista e avventuriero. A quanto pare il progetto non è ancora morto, ma senza Nanda non sarà la stessa cosa. Fino all'ultimo Fernanda Pivano ha guardato avanti dichiarandosi più interessata al futuro e alle utopie che al polveroso passato e ci ha insegnato a non perdere la capacità di sognare. Il film di Teresa Marchesi non fa ricordarcelo alla maniera di Nanda, con un melting pot di immagini, suoni e pitture animate (curate da Ursula Ferrara) caotico e sbilanciato, ma affascinante, rammentandoci l'insegnamento più prezioso che Nanda ci ha lasciato: "Gli scrittori non hanno mai guidato il mondo, ma le anime si".

Movieplayer.it

3.0/5