Recensione Il pretore (2014)

Giulio Base torna al cinema con una commedia satirica adattata da un romanzo di Piero Chiara e ambientata durante il fascismo. A fare da mattatore c'è Francesco Pannofino nei panni di un burocrate crudele e lubrico, ma il tono della farsa sfugge dalle mani del regista.

Potere al pretore

Dopo tanta TV e a quindici anni da La bomba, Giulio Base torna a cimentarsi con il racconto cinematografico, affidandosi a un romanzo di Piero Chiara, Il pretore di Cuvio. Il film, intitolato più semplicemente Il pretore, è ambientato in epoca fascista e vi si racconta la storia di un burocrate da operetta, crudele e lubrico che, dimentico degli obblighi coniugali, tradisce ripetutamente la giovane moglie e allo stesso tempo fa sfoggio del suo potere, costringendo persino la cittadinanza ad assistere a uno spettacolo tratto da un suo testo teatrale. Giulio Base cerca di mettere in scena il sardonico mondo piccolo borghese descritto dal romanziere lombardo, quel piccolo mondo di provincia pieno di meschinità e di bugie, ma non riesce a gestire i toni della farsa e si perde in una serie di scenette in cui Pannofino, nel ruolo del personaggio principale, ingombra letteralmente la scena.


Il pretore-mattatore
Purtroppo, a distanza ormai di qualche anno, sembra che Francesco Pannofino non sia ancora riuscito a liberarsi della maschera del René Ferretti di Boris. Il gesticolare esasperato, i cambi improvvisi dei toni della voce, un costante ammiccamento: questi ed altri ancora sono i tic recitativi dell'attore che vengono riproposti ne Il pretore in modo pressoché immutato rispetto ai tempi di Boris ed anzi forse ancor più sopra-tono. Ma allora l'operazione aveva un senso - l'ammiccamento cinico era consapevolmente rivolto allo spettatore in un gioco di complicità - qui invece, in uno scolorito e lontano mondo fascista, tutto appare meno giustificabile. Tanto più che il pretore protagonista del film dovrebbe essere inquietante e invece Pannofino - per colpa ovviamente anche di una scrittura poco attenta ai chiaroscuri - non riesce ad esserlo mai.

Il grottesco, il dramma, la farsa
Non era senz'altro facile gestire la scrittura raffinata e sorniona di un romanziere come Piero Chiara, anche in considerazione del fatto che un certo modo di fare cinema - cattivo e pungente - si è purtroppo perso in Italia. Ma è pur vero che Giulio Base ci ha messo del suo, affidandosi prima di tutto a una sceneggiatura davvero mal orchestrata, con personaggi che paiono restare troppo tempo in scena (la schiera di amanti del pretore, una volta vista, non si capisce per quale motivo debba ritornare così spesso), mentre alcuni aspetti vengono sacrificati in cerca di gag dalla facile presa (la passione per il teatro del protagonista, ad esempio, dà luogo solo a battibecchi e pernacchie con gli attori, quando invece avrebbe potuto aprire il campo a una riflessione più profonda sull'ossessione di essere sempre al centro della scena da parte del pretore). Non molto meglio sembrano essere andate le cose in altri ambiti tecnico/artistici: la fotografia appare sbiadita come una foto rimasta troppo tempo al sole, mentre la regia è palesemente più attenta a evitare di mostrare oggetti e palazzi che facciano perdere l'effetto da patina anni Trenta piuttosto che a scegliere delle inquadrature ragionate.
La ricostruzione d'epoca
Il problema più grosso di Il pretore - un problema a cui non si è probabilmente riusciti a trovare una soluzione - è infatti quello relativo alla ricostruzione d'epoca. Ambientato a Luino (paese natale di Piero Chiara) e girato effettivamente in loco il film, per non perdere la credulità spettatoriale, si costringe a una serie eccessiva di limitazioni. La prima e più eclatante è quella delle riprese in esterni, in cui le inquadrature - praticamente sempre fisse - riprendono solo alcuni edifici di epoca fascista e non si possono permettere di mostrare null'altro per non cedere al contemporaneo. Ne consegue che ogni volta che si passa da un luogo all'altro - dal palazzo del pretore all'ingresso della sua villa - Base riutilizza sempre le stesse inquadrature, con l'identico punto di vista, provocando un palese effetto da fiction televisiva e quasi da involontario sfondo teatrale.
Piero Chiara il dimenticato
Eppure Il pretore poteva essere una buona occasione, visto che il mondo letterario di Piero Chiara sembra essere stato ingiustamente dimenticato. Ma, forse, con lui - e con altri grandi narratori di storie di provincia, come Dino Risi e Alberto Lattuada che hanno adattato in passato dei romanzi proprio di Chiara - se n'è andato anche un modo di raccontare, un modo sottile e arguto, malinconico e disincantato, consapevole di trovarsi in un minuscolo puntino del mondo, dove mai potrà avvenire qualcosa di eroico ed epico. E l'incapacità nell'affrontare questa forma particolare di racconto è un ennesimo segno di impoverimento del nostro cinema. Così, il recupero di Giulio Base, per quanto meritevole, sembra aver finito per sottolineare ancora di più che quel "piccolo mondo antico" e quella particolare destrezza del narrare non ci sono più.

Movieplayer.it

2.0/5