Recensione Everyday Rebellion - L'arte di cambiare il mondo (2013)

Il documentario dei Riahi Brothers racconta le ribellioni in atto negli ultimi anni cercando di trovarvi uno spirito comune, con ambizioni più antologiche che riflessive.

Si è parlato tanto negli ultimi anni dei vari movimenti di protesta che hanno infiammato le piazze di diversi paesi, dalle Primavere arabe a Occupy Wall Street agli Indignados spagnoli passando per iniziative apparentemente più isolate - e che in realtà celano in esse una motivazione profonda - come quelle delle Femen, le ragazze ucraine - ma non solo - che mostrano il loro corpo nudo in happening improvvisi cercando di scardinare le regole del potere maschile.

Tutti questi movimenti trovano spazio in Everyday Rebellion - L'arte di cambiare il mondo dei Riahi Brothers, sorta di antologia della rivolta contemporanea, il cui difetto più evidente è quello di non poter approfondire la riflessione su nessuna di queste iniziative, senza allo stesso tempo riuscire a disegnare un unico ordito che regoli e unifichi il discorso a livello internazionale. Anche perché sarebbe impossibile, visto che ogni realtà in fin dei conti fa storia a sé.

Schizofrenia della rivolta

Everyday Rebellion: una rappresentante del movimento Femen in una scena del documentario
Everyday Rebellion: una rappresentante del movimento Femen in una scena del documentario

I Rihai Brothers hanno costruito Everyday Rebellion - L'arte di cambiare il mondo a partire da un'ingenuità di fondo, quella secondo cui se si protesta, magari contemporaneamente, in diversi paesi del mondo, allora la ribellione è unica e solidale. In realtà anni e anni di sconfitte politiche dovrebbero aver insegnato che non funziona così e che le cose vanno ben diversamente, altrimenti le varie Internazionali socialiste e comuniste avrebbero avuto più successo. Più di tutto, le rivolte in atto nei vari paesi non hanno - per la maggior parte di essi - natura ideologica e dunque è pressoché impossibile pensare a un coordinamento, anche a voler ottimisticamente sperare nelle virtù taumaturgiche di social network come Facebook e Twitter.

Everyday Rebellion: una scena del film
Everyday Rebellion: una scena del film

Un'iniziativa come quella di Occupy Wall Street, ad esempio, è di natura prettamente economica ed è ben lontana dal mettere in discussione il potere politico statunitense; è guidata piuttosto dall'innata natura nord-americana del singolo cittadino che - come un novello Mr. Smith - si rimbocca le maniche di fronte alla palese ingiustizia del potere e decide di far presente cosa va e cosa non va in precisi aspetti della vita sociale. Ben diversa è la situazione nei paesi arabi in cui la richiesta della popolazione andava nella direzione di un completo rivolgimento delle istituzioni palesemente inadeguate a rappresentare le istanze democratiche. Tutto questo per i Riahi Brothers passa in secondo piano rispetto al loro cieco ottimismo della volontà, un ottimismo che forse più che al presente guarda a possibili - e per ora improbabili - prospettive future.

La scelta della non-violenza

In stretta connessione alla predisposizione ottimistica verso le lotte contemporanee, vi è da parte dei Riahi Brothers in Everyday Rebellion - L'arte di cambiare il mondo una cieca fiducia verso l'opzione della non-violenza. Un atteggiamento che, anche questo, non può racchiudere tutte le forme di rivolta in atto nel mondo e che - ingenuamente e anche sinceramente - tende a far pensare che si possano cambiare le iniquità e le ingiustizie solo con il sorriso e con lo sberleffo carnevalesco. Le stesse Femen, presenti nel documentario in quanto rappresentanti di una forma precisa di lotta, quella per l'indipendenza della donna nella società contemporanea, pur attuando politiche non violente e rifiutando l'uso della forza, mettono in pratica una diversa forma di violenza, quella per l'appunto della sfrontatezza del corpo nudo femminile non asservito al godimento dell'uomo, quella dell'urlo e dell'aggressività che contrasta in maniera palese con la docilità e il servilismo che l'uomo di potere crede debba caratterizzare il femminino. Passare quindi da una delle Femen che divelle una croce in legno con una sega elettrica ai ragazzi americani che raccontano le loro storie di vita in piazza senza poter usare un megafono (e che si rimpallano ad alta voce i loro racconti) non rende giustizia né all'una né all'altra protesta, proprio perché si tratta di espressioni del dissenso troppo differenti.

Everyday Rebellion: la rivoluzione egiziana in una scena del documentario
Everyday Rebellion: la rivoluzione egiziana in una scena del documentario

Filmare politicamente

Everyday Rebellion: una scena tratta dal documentario
Everyday Rebellion: una scena tratta dal documentario

Per un film che vuole essere politico come i Riahi Brothers presentano il loro Everyday Rebellion non può che venire in mente la lezione di Jean-Luc Godard, il più grande cineasta politico della storia del cinema. Come insegna il maestro francese, i film si girano politicamente scardinando le regole della messa in scena e mettendole in discussione per far crescere la consapevolezza dello spettatore non tanto e non solo a livello tematico, quanto su di un più ampio livello discorsivo. Invece Everyday Rebellion, pur scimmiottando il Godard di Due o tre cose che so di lei attraverso la voice over recitata a bassa voce, è un documentario assolutamente tradizionale, un montaggio di immagini che finge di non avere messa in scena e che finge di essere oggettivo fallendo dunque il suo obiettivo di smuovere le coscienze.

Conclusione

Everyday Rebellion - L'arte di cambiare il mondo dei Rihai Brothers è un documentario sicuramente interessante ma che pecca per ingenuità credendo che le lotte politiche in atto nei vari paesi possano un giorno trovare un sentire comune.

Movieplayer.it

2.0/5