Recensione Senna (2010)

È come se Kapadia volesse eclissare la sua mano per far parlare solamente le immagini, rinunciando persino a una voce fuori campo univoca. Il risultato è un racconto quasi oggettivo, ma che al tempo stesso sposa in tutto e per tutto il punto di vista del suo eroe, per dedicargli un ritratto ossequioso, fedele, appassionato e commovente.

Rebel with a cause

"Vivere la vita come un'opera d'arte", questo è il motto degli esteti di ogni tempo. Ayrton Senna di certo è riuscito a ritagliarsi un'esistenza che non ha nulla da invidiare agli eroi cinematografici. Le sue imprese straordinarie, quasi mitiche, paiono seguire il filo di un'immaginaria sceneggiatura, piena di pathos, di scontri epocali con eterni antagonisti, di gesta incredibili culminate in un inatteso e tragico finale. La sua figura - carismatica, irrequieta, "larger-than-life" - rivaleggia con le star dell'età dell'oro hollywoodiana. Chi era Senna se non il James Dean della Formula Uno? Battitore libero del mondo automobilistico, insofferente alle regole di un sistema che privilegia da sempre logiche economiche e politiche. Ribelle, sì, ma per una "causa": quella del costante automiglioramento, della competitività perenne, della tensione titanica verso la perfezione. Forse alla ricerca ossessiva di un impossibile contatto con l'infinito, con Dio.


Era destino che la figura del pilota brasiliano tre volte campione del mondo di Formula Uno e ultimo martire dell'automobilismo sportivo si incarnasse in un'epopea cinematografica. Ma sarebbe stato pleonastico e ridondante fare ricorso alla fiction per rielaborare una vita già di per sé romanzesca. Scelta saggia, dunque, quella di Asif Kapadia, di affidarsi allo strumento del documentario (avendo ottenuto il consenso della famiglia Senna - Da Silva e l'accesso a materiale inedito e privato). Il regista decide di non aggiungere al film niente che non sia "autentico", conferendo, fin dal titolo, un'assoluta centralità al suo protagonista: Senna. È come se Kapadia volesse eclissare la sua mano per far parlare solamente le immagini, rinunciando persino a una voce fuori campo univoca, ma preferendo affidarsi a un coro di molteplici commentatori (tra cui l'esagitato telecronista brasiliano Galvão Bueno e l'affezionato medico di F1 Sid Watkins). Il risultato è una narrazione che procede "a grado zero", un racconto stilisticamente quasi oggettivo, ma che al tempo stesso sposa in tutto e per tutto il punto di vista del suo eroe, per dedicargli un ritratto ossequioso, fedele, appassionato e commovente. Senna si snoda seguendo l'impervio e forsennato tracciato della sua tumultuosa esistenza, prediligendo una cronistoria del campione automobilistico, piuttosto che dell'uomo tout court, e attribuendo una particolare rilevanza alla violenta rivalità con il compagno nella scuderia McLaren, Alain Prost.

Al documentario di Kapadia si può forse obiettare un'impostazione un po' troppo convenzionale, che non riesce a fornire uno sguardo personale e rifiuta di elaborare il materiare secondo un taglio o un'interpretazione specifica. In questo modo, tuttavia, è lo spettatore che ha la possibilità di scegliere il Senna che preferisce: il pilota ardimentoso e perfezionista, capace di compiere imprese automobilistiche mai eguagliate; il competitore ambizioso e individualista, sempre in lotta con Prost e con i vertici della Formula Uno; il mistico, che si riteneva guidato da un'entità superiore; lo showman, sempre attorniato da giornalisti e da belle donne; la vittima sacrificale della Formula Uno. Al lavoro del regista va però riconosciuto senz'altro un merito: quello di non indugiare per niente nella retorica necrofila del lutto, dedicando poco spazio al maledetto incidente nel Gran premio di San Marino del 1994. L'intero documentario, anzi, può quasi essere interpretato come un atto di esorcismo e di superamento del dolore per una perdita che ancora lacera il mondo dello sport. Tanto che i filmati su cui scorrono i titoli di coda ci mostrano un Senna spensierato e pacificato, catturato in alcuni rari momenti di serenità. Non immagini di morte, dunque, ma di un'insopprimibile e ardente vitalità.