Rapture

2018

Rapture: la docu-serie sul mondo della musica non convince, ma affascina

Gli otto episodi che compongono la prima stagione del progetto di Netflix soffrono a causa dell'assenza di coesione e di un approccio alla narrazione comune, pur regalando degli ottimi spunti di riflessione.

Netflix, a partire dal 30 marzo, ha messo a disposizione dei suoi utenti la nuova serie documentario intitolata Rapture che, come suggerisce il titolo, si addentra nel mondo della musica rap e nella vita delle star e di chi lavora nel dietro le quinte dell'industria musicale attiva nel campo dell'hip hop.
Ognuno degli otto episodi è dedicato a un artista differente, ripercorrendone le origini, approfondendo il suo approccio all'espressione artistica o scoprendone l'impatto sui fan. Il progetto affronta così generazioni e contesti sociali diversi, spaziando anche a livello anagrafico in realtà spesso simili nonostante la loro unicità.
I nomi al centro della stagione sono tra i più famosi nel panorama musicale e, anche nei casi di personalità meno affermate dal punto di vista internazionale, possiedono delle caratteristiche che li rendono soggetti interessanti da scoprire e conoscere in maniera non superficiale.

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Rapture: un momento della serie

Otto esperienze e realtà diverse

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I protagonisti degli otto episodi, ognuno della durata di circa un'ora, sono Logic, Nas e Dave East, T.I., G-Eazy, 2 Chainz, Rapsody, Just Blaze e A Boogie Wit Da Hoodie.
L'approccio alle diverse storie non è costante e si adegua a livello narrativo al tipo di immagine che caratterizza gli artisti, rendendo la visione dell'intera stagione a tratti insoddisfacente per la sua incapacità di non apparire in più occasioni come un semplice veicolo promozionale in cui vengono enfatizzati i lati positivi e lasciati in secondo piano atteggiamenti discutibili o fin troppo orientati agli aspetti commerciali.
Rapture, inoltre, compie a volte l'errore di introdurre tematiche importanti e realmente rilevanti a livello globale senza concedere uno spazio adeguato, come se tutti i tasselli fossero ugualmente importanti, mettendo così sullo stesso piano la lotta contro l'ansia e la depressione e l'uso dei social media, o le lotte per i diritti civili con i legami con i brand.

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Una narrazione contraddistinta da alti e bassi

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Il primo episodio di Rapture è dedicato a Logic, protagonista ai Grammy Awards con la sua intensa esibizione sulle note di 1-800-273-8255, brano che lo ha reso uno degli artisti maggiormente apprezzati e premiati del 2017 grazie al suo forte messaggio all'insegna della speranza e del desiderio di superare i momenti più bui della propria esistenza. Gli spettatori, nel corso dell'ora che gli è stata dedicata, possono sicuramente scoprirne le debolezze e il modo in cui la musica abbia quasi avuto su di lui un effetto terapeutico, oltre ad andare nel dietro le quinte del tour e della realizzazione dei brani, ma l'accostamento con le lodi al suo utilizzo dei social media o lo spazio dedicato all'importanza della moglie nella sua vita privata appare quasi dissonante, considerando inoltre la recente separazione della coppia. La scelta di sfiorare solamente, e attraverso una rappresentazione all'insegna della positività, una tematica così importante penalizza il ritratto di Logic che, purtroppo, introduce la tendenza a non attribuire alle storie la giusta dose di sfumature. Una scelta che potrebbe forse essere stata dettata dai produttori, considerando il coinvolgimento di Nas con la sua Mass Appeal, legame che diventa poi evidente nel secondo episodio in cui gli si affianca il giovane rapper Dave East, uno degli artisti sotto contratto per la casa discografica. La puntata, tuttavia, per almeno la sua metà propone uno stile piuttosto originale e coinvolgente, proponendo ad esempio una sequenza animata per seguire il racconto del fratello o rivelando in che modo è stata sviluppata l'idea di un mixtape ispirato al musical Hamilton, ideato da Lin-Manuel Miranda.

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La mancanza di un'idea fissa che tenga ben salde le radici del progetto diventa quasi surreale se si guardano in successione gli episodi dedicati a T.I. e G-Eazy. Il primo è un ritratto affascinante e ricco di spunti che avrebbe meritato da solo un'intera docu-serie, il secondo si limita a essere un diario di viaggio di un ragazzo alla ricerca della fama e della popolarità, in cui l'unica possibile fonte di interesse, rappresentata dai momenti in cui si ammette la difficoltà nel dover gestire il rapporto con i fan, viene ridotta a una carrellata di foto realizzate su pagamento durante i meet and greet o all'evidente irritazione di fronte alle continue richieste di un contatto fisico o di pose particolarmente amichevoli. Dimenticando gli spostamenti e i party di G-Eazy è però doveroso sottolineare l'interessante prospettiva politica regalata grazie alla puntata di T.I. che ha letteralmente sfruttato il mezzo di comunicazione offertogli per puntare l'attenzione sulle lotte compiute negli Stati Uniti nel campo dei diritti civili e sul razzismo, tramite incontri con esperti e attivisti, tra cui Jane Elliott, e riportando le notizie della morte, per mano dei poliziotti, di alcune persone di origine afroamericana, tra cui Philando Castile, Michael Brown ed Eric Garner. Una delle sequenze più efficaci, anche a livello emotivo, dell'intera stagione è lo scambio di opinioni tra l'artista e suo figlio mentre visitano un museo, situazione che porta il bambino a dichiarare di essere convinto che non si possa far nulla per evitare che avvengano ancora delitti e discriminazioni a sfondo razziale.
La successiva puntata, dedicata a 2 Chainz, oltre a mostrare come il rapper abbia deciso di intraprendere il proprio tour nonostante un grave infortunio, porta in scena anche la madre dell'artista che rivela quanto sia stato difficile crescerlo da sola, soprattutto considerando l'ambiente molto violento in cui vivevano.

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Un mondo prevalentemente al maschile

Rapture: una sequenza della serie

Uno dei difetti di Rapture è poi quello di non dare uno spazio adeguato alle donne attive nel settore, offrendo una prospettiva al femminile solo nel caso di Rapsody. La sua storia, segnata inizialmente dalla diffidenza della propria famiglia di fronte a una scelta professionale poco redditizia e che avrebbe potuto "vanificare" tutti gli sforzi compiuti con lo studio e con il duro lavoro, fa emergere la solidarietà fin troppo limitata esistente tra le donne che cercano di farsi strada nel mondo della musica rap, rendendo così ancora più complicato riuscire a emergere all'interno di un panorama molto competitivo in cui gli uomini tendono a sostenersi e aiutarsi, come dimostrano i successivi due episodi.
L'approfondimento dedicato al produttore Just Blaze, oltre a introdurre aspetti più tecnici e a offrire un breve sguardo ai cambiamenti avvenuti negli ultimi anni, sottolinea proprio l'importanza di creare una comunità artistica che, interagendo e confrontandosi, riesca ad andare oltre e a rinnovare continuamente la musica realizzata.

Rapture: un'immagine della serie

La puntata conclusiva, infine, si concentra su A Boogie Wit Da Hoodie e il racconto dell'ascesa verso la fama del ventunenne è legato in modo indissolubile alle amicizie che ha formato nell'area del Bronx in cui è cresciuto, rivelando come una volta ottenuta la stabilità economica abbia deciso di offrire l'opportunità di una vita migliore anche alle persone che sono state con lui fin dall'inizio. Il senso di appartenenza a un gruppo, in particolare quando si è cresciuti in un quartiere ad alto tasso di criminalità e violenza, viene enfatizzato in modo efficace con i momenti in cui il ragazzo viene mostrato mentre regala soldi o si concede ai fan che lo considerano un esempio, passaggi che evidenziano la voglia di riscatto e i sogni di più di una generazione che ha fatto i conti fin dalla nascita con una situazione sociale complessa e discriminante. L'interessante tematica, tuttavia, rischia di perdere un po' di efficacia affiancandola a lunghi intermezzi dedicati al modo in cui si possono sfruttare i social media per ottenere accordi favorevoli con le aziende interessate ad avere il rapper come testimonial, anche se il racconto di come in modo indipendente si possa ottenere la popolarità sfruttando i nuovi mezzi di comunicazione appare particolarmente interessante ed efficace.

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Un progetto tecnicamente di livello

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Il livello tecnico raggiunto dal progetto targato Netflix è di buona qualità, con una fotografia che valorizza le location e una regia che ben si adatta alle riprese dei concerti dal vivo e a seguire in modo dinamico la vita quotidiana di tutti gli artisti.
Le interviste rilasciate, spesso in scenografie naturali e architettoniche spettacolari o ritenute significative, appaiono invece più costruite e studiate, limitando in parte la sincerità delle testimonianze condivise e lasciando in sospeso il dubbio che dietro alcune dichiarazioni ci sia alla base la voglia di mettere se stessi o i propri artisti in buona luce.
Durante la visione, inoltre, si nota un approccio a tratti simile a quello utilizzato per i video musicali delle star dell'hip hop, e l'eccesso di scene al rallentatore, invece che enfatizzare le emozioni portate in scena, ottengono in più passaggi l'effetto opposto.

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Conclusione

Rapture: una scena della serie

Rapture, con la sua prima stagione, offre un ritratto di uno dei generi musicali più socialmente rilevanti affascinante ma non sempre convincente, pagando molto la mancanza di un approccio comune alla narrazione delle diverse storie. Alcuni degli episodi risultano così significativi ed efficaci, mentre altri si limitano a rimanere in superficie e a promuovere l'artista al centro dell'attenzione; nel suo insieme, tuttavia, il progetto trova il modo di offrire un quadro generale piuttosto ampio e ricco di sfumature. La puntata dedicata a T.I., a prescindere dall'interesse verso l'espressione artistica che anima la serie, appare inoltre come una visione quasi obbligata per chi vuole comprendere meglio la natura della violenza a sfondo razziale negli Stati Uniti, regalando delle riflessioni e delle spiegazioni esaustive ed emozionanti.

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