Profile: In chat con un Jihadista

Da una storia vera, Timur Bekmambetov racconta con originale messa in scena il reclutamento di una donna da parte dell'ISIS.

C'è un fenomeno inquietante che negli ultimi anni è emerso nell'ambito della situazione medio-orientale e dell'affermazione dell'ISIS e della sua campagna di terrore nei confronti dell'Occidente: il reclutamento di giovani donne. Perché anche in una società di stampo maschilista come quella promossa dall'ISIS, il ruolo della donna non è trascurabile a livello strategico, anche per condurre ulteriori opere di reclutamento, oltre che per coprire i ruoli di mogli servili e schiave. Un'operazione che si muove parallelamente a quella prettamente militare e che viene portata avanti soprattutto attraverso i nuovi mezzi di comunicazione ed i social network.
Su questo fenomeno ha indagato il regista kazako Timur Bekmambetov nel suo ultimo lavoro, Profile, presentato nella sezione Panorama del Festival di Berlino ed ispirato a Nella testa di un jihadista, il libro inchiesta di una giornalista francese che si è firmata, per mantenere l'anonimato, come Anna Erelle, pubblicato anche nel nostro paese nel 2015. Se già l'argomento è degno di interesse e meriterebbe un approfondimento, la forma narrativa scelta da Bekmambetov per metterlo in scena è ugualmente meritevole di attenzione, focalizzata esclusivamente sulla protagonista al computer per costruire e portare avanti la propria identità fittizia per ottenere informazioni da un membro dell'ISIS.

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Falsa identità

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Nella finzione di Profile, la giornalista è Amy Whittaker, decisa ad indagare i metodi di reclutamento dell'ISIS, capirne i meccanismi e le modalità. Per farlo, decide di mettersi in gioco in prima persona, creando una falsa identità con nome Melodie Nelson e rendendosi subito attiva su Facebook per entrare in contatto con simpatizzanti del Califfato e degli estremisti islamici. Una foto profilo adatta, richieste di amicizia a tappeto e qualche condivisione ad hoc di inquietanti video delle zone calde dell'ISIS, ed Amy viene subito contattata da tal Abu Bilel, con il quale inizia a chattare con regolarità, tra Facebook e via videochiamate su Skype, arrivando pian piano a raccogliere le informazioni di cui ha bisogno per il servizio che ha in mente di proporre al suo capo.

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Al cuore del giornalismo

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L'indagine condotta da Amy è all'insegna del giornalismo più puro, che mira a ricostruire e raccontare la realtà. Un'indagine che la porta ad immergersi totalmente nella storia che cerca di costruire, senza rendersi conto, o fregandosene, del pericolo reale in cui si sta venendo a trovare: una conversazione dopo l'altra, infatti, Amy si lascia trascinare dalla sua identità fittizia e dal rapporto con Bilel, mentre cerca di tenere in equilibrio tutti quegli aspetti della sua vita reale che stanno precipitando attorno a lei, dalla relazione con il compagno Matt alle amicizie ed una situazione lavorativa alla quale spera di dare un definitivo slancio proprio con questo incarico.

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Un nuovo linguaggio visivo

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"Non c'era altro modo per raccontare questa storia" ha detto Timur Bekmambetov in conferenza a Berlino, facendo riferimento allo stile narrativo scelto per Profile, terzo film ad usare questa tecnica dopo Unfriended e Search: tutta l'azione si svolge infatti sullo schermo del computer di Amy e tutto quello che vediamo è la donna che usa il suo Mac, aprendo finestre, prendendo appunti, cercando su Google e Youtube, ascoltando musica su iTunes o Spotify e facendo video-chiamate su Skype. La protagonista Valene Kane non recita solo con l'espressione dimessa che ha nei video in cui parla con Bilel (un ugualmente intenso Shazad Latif, di recente apprezzato in Star Trek: Discovery), con occhi bassi e capo coperto dall'Hijab, ma anche con il movimento del puntatore del suo mouse, con ciò che scrive in chat e come lo scrive, con ripensamenti, cancellazioni, errori e incertezze.

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Quello che Bekmambetov usa per il suo Profile è un nuovo linguaggio che si sta sviluppando per adattarsi ad un mondo in continuo divenire, che non può essere raccontato in altro modo, e l'effetto è sorprendente quanto efficace: lo spettatore viene letteralmente risucchiato nella storia, immedesimandosi con la protagonista che compie azioni che noi stessi compiamo regolarmente nel corso delle nostre giornate, con gli stessi strumenti che usiamo noi stessi. Come tutti i nuovi linguaggi espressivi, dovrà perfezionarsi e trovare una sua grammatica, sperimentando e, ovviamente, sbagliando. Se un difetto va trovato in Profile, infatti, è in una certa frenetica rapidità, figlia del mezzo espressivo e dei salti in avanti nel mostrarci le giornate che scandiscono il rapporto tra Melodie e Bilel, che rischiano di rendere meno credibile l'evoluzione della storia. Ma è un difetto che non ci impedisce di vivere con tensione crescente l'indagine della donna in un mondo inquietante, fino alle sue battute finali.

Profile: In chat con un Jihadista
Antonio Cuomo
Redattore
4.0 4.0
Cinecittà World
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