Portobello, recensione: l'odissea kafkiana di Tortora rivive nella strepitosa opera di Bellocchio

Uno dei più clamorosi errori giudiziari italiani è al centro della serie HBO Max. Un racconto capace di scatenare rabbia, incredulità, ilarità nervosa e commozione. Protagonista un gigantesco Fabrizio Gifuni.

Fabrizio Gifuni in una scena di Portobello

Le mani strette in un pugno alzate in aria perché tutti vedessero le manette ai polsi. Un errore grossolano del quale, magari, arrivare addirittura a ridere non appena forze dell'ordine e tribunali si sarebbero accorti della svista clamorosa. Solo che da quel 17 giugno 1983 ci vollero tre anni - fatti di galera, domiciliari, processi, sentenze di colpevolezza, solitudine - prima di svegliarsi da un incubo a occhi aperti. Enzo Tortora è stato condannato prima e ucciso poi dalle bugie, dalle umiliazioni, dalla tracotanza di chi non ha saputo fermarsi e ammettere di aver sbagliato. Marco Bellocchio ne racconta l'odissea umana e giudiziaria in Portobello, serie in sei episodi targata HBO Max scritta con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore.

Portobello Marco Bellocchio Fabrizio Gifuni
Fabrizio Gifuni è Enzo Tortora in Portobello

Un'opera strepitosa per regia, scrittura e interpretazioni che, semmai ce ne fosse ancora bisogno, rimarca una volta di più la lucidità dello sguardo del più grande regista italiano. L'unico in grado di raccontare la Storia del nostro Paese - cattolico, moralista e ipocrita - riuscendo a non perdere mai la nitidezza della messa a fuoco. Lo aveva già fatto con Buongiorno, notte, Il traditore, Esterno notte e Rapito analizzando pagine precise del nostro passato. Lo fa adesso con una serie eccezionale che non conosce cali o sbavature. Un racconto capace di scatenare rabbia, incredulità, ilarità nervosa, commozione.

Il calvario di Enzo Tortora, tra ingiustizia e cieco giornalismo

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Lino Musella in una scena della serie

Dopo averlo scelto per interpretare Aldo Moro, Bellocchio richiama un gigantesco Fabrizio Gifuni per prestare voce e corpo a un'altra illustre vittima uccisa da una parte del nostro Paese. Non c'è - e per fortuna - la volontà di una somiglianza fisica posticcia, ma l'incarnazione dell'eleganza, la serietà, il rigore, lo spaesamento, l'ira e il dolore di un uomo che si è visto portare via tutto nel giro di una notte. Il re della televisione italiana che, il venerdì sera, per il suo Portobello radunava indistintamente davanti la TV 28 milioni di italiani tra famiglie ricche e povere, suore e detenuti.

Proprio uno di loro, il carcerato ndranghetista Giovanni Pandico (un magnifico Lino Musella), uomo di fiducia del boss della camorra Raffaele Cutolo (Gianfranco Gallo), è convinto di poter comunicare telepaticamente con il conduttore. Quando un pacco di centrini inviato alla Rai dal suo compagno di cella, Domenico Barbaro (Alessio Patricò), viene smarrito senza mai approdare negli studi del programma, monta in Pandico un risentimento che, una volta "dissociato" dalla NCO, sfocerà in uno dei più eclatanti errori giudiziari della storia italiana. A rafforzarlo, si fa per dire, il cognome (sbagliato) di Tortora trovato sull'agenda di Assunta Catone (Antonia Truppo), amante del mafioso Giuseppe Puca arrestato durante una maxi retata contro l'organizzazione criminale.

La parola di un camorrista con accertati disturbi psichiatrici e un nome graficamente simile sono bastati per accusare e arrestare Tortora per traffico di stupefacenti e associazione mafiosa. Nel 1984, il conduttore dirà di avere un anno di età. La sua seconda vita era iniziata nel cuore della notte dell'estate dell'83, lo stesso momento in cui quello scudo di 28 milioni di italiani gli voltò le spalle. Tanti, troppi, pronti a puntare il dito contro di lui. Gli stessi che, fino a un attimo prima, lo guardavano in TV. Gli stessi ai quali, anticipando tutti sui tempi, aveva dato spazio in prima serata, permettendo loro di essere visti. Antesignano di talent show, reality e social che, democraticamente, permettono a chiunque di dire la propria e mettersi in mostra.

Tortora, il paladino dei buoni sentimenti, era diventato il mostro da sbattere in prima pagina (ed ecco che ritorna il cinema di Bellocchio). Laico, liberale, non appartenente a nessuno dei due grandi partiti dell'epoca, DC e PCI, mal sopportato da una sinistra snob, critico del monopolio televisivo e della massoneria. Enzo Tortora non aveva padroni, santi in Vaticano o amici potenti pronti a coprirgli le spalle. È di questo che era colpevole ed è per questo che ha pagato un prezzo altissimo.

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Pier Giorgio Bellocchio e Fabrizio Gifuni in Portobello

Ci penserà Pannella (nella serie interpretato da Tommaso Ragno) con i radicali a tendergli una mano più qualche giornalista e intellettuale del tempo, da Enzo Biagi a Leonardo Sciascia. Per il resto silenzio e calunnie, con la gravissima complicità di un giornalismo volutamente cieco che alla ricerca della verità ha preferito il sensazionalismo e la menzogna (anche qui anticipando tanto del nostro presente).

"Inizio a pensare che quello che sembra evidente a noi non lo sia a loro", diceva Tortora al suo avvocato (un empatico Davide Mancini) osservando magistrati, pubblici ministeri e giudici istruttori andare dritti per la loro strada, con una sentenza già scritta in tasca e l'esercizio del dubbio mai praticato. Quel dubbio lo eserciterà Michele Morello (Salvatore D'Onofrio), giudice relatore del processo d'appello che nel 1986 assolse con formula piena Enzo Tortora attraverso un'analisi rigorosa degli atti che i suoi colleghi avevano ignorato perché "un giudice non può mai sbagliare".

Portobello, il teatro dell'assurdo e l'importanza del passato

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Marco Bellocchio sul set di Portobello

Marco Bellocchio prende questa grande matassa e la dipana davanti ai nostri occhi - merito anche del montaggio attento di Francesca Calvelli - realizzando una serie kafkiana. Lo fa, però, partendo dalla maschera di Pulcinella, elemento ricorrente fin dalla prima inquadratura. Perché quella di Portobello è una storia di maschere indossate e cadute. Lo mostra in modo magistrale la ricostruzione dei processi a Tortora. Una farsa, un teatro dell'assurdo, una pantomima in cui Pandico - degno giullare di un'opera di Shakespeare - e gli altri camorristi pentiti, insieme ad avvocati dell'accusa e pubblici ministeri prendono posizione in un palco/tribunale per interpretare ognuno la loro parte. "Sono innocente, spero lo siate anche voi".

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Il segreto di Pulcinella - l'innocenza di Tortora - era sotto gli occhi di tutti, eppure solo Barbaro, Vallanzasca (Alessandro Fella in una prova che lascia il segno) e Nadia Marzano (Irene Maiorino) hanno il coraggio di dire la verità, di affrontare gli accusatori e dire loro che sono dei bugiardi, smontando il castello di menzogne costruito da un gruppo di uomini così convinti di ciò che dicevano da arrivare a crederci. In mezzo Tortora, sgomento spettatore della sua stessa sciagura. Nel corso dei sei episodi, Bellocchio alterna toni e generi diversi, amalgamandoli tra di loro senza stonature. Come accade spesso nel suo cinema, anche qui l'onirico e il surreale irrompono nel racconto e si contendono la scena con il realismo della ricostruzione.

La figura stessa del pappagallo, simbolo indiscusso di Portobello, rimanda nell'immaginario collettivo alla figura di chi ripete, ancora e ancora, sempre la stessa cosa. In questo caso una calunnia infamante nei confronti di un uomo innocente gettato in pasto all'opinione pubblica, alla stampa e ai tribunali che, nel corso di tre anni, lo hanno sbranato lentamente. Quello che resta alla sua assoluzione e al ritorno nella stessa Rai che lo ha aveva ripudiato è una consapevolezza bruciante. "Non mi riesce più di giocare".

Vittima di un'invidia sociale - la stessa che oggi è esplosa grazie ai social -, Tortora viene definito un imbroglione di massa da un ex brigatista (Pier Giorgio Bellocchio) con il quale condivide la cella. Un capo espiatorio per distrarre gli italiani mentre il Paese post terremoto dell'Irpinia si muoveva verso la fine delle ideologie e un altro sisma, sociale e politico, si stagliava all'orizzonte.

In una sequenza ascoltiamo i pentiti cantare un brano della canzone popolare napoletana. "Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto. Chi ha dato, ha dato, ha dato. Scurdàmmoce 'o ppassato. Simmo 'e Napule paisà". Ma Marco Bellocchio con Portobello dimostra che non possiamo dimenticare il passato, metterlo da parte e fingere che non sia mai accaduto. Perché è solo attraverso di esso che possiamo comprendere fino in fondo chi siamo diventati e perché.

Conclusioni

Con Portobello, Marco Bellocchio firma uno dei suoi migliori lavori e, insieme a Esterno notte e M – Il figlio del secolo, una delle serie italiane più belle di sempre. Lo fa circondandosi di talenti come Fabrizio Gifuni e un cast corale di prim'ordine, scrivendo a otto mani una sceneggiatura impeccabile e affidando il complesso montaggio a Francesca Calvelli. La cronaca di inizio anni '80 diventa lo spunto per mettere in scena una tragedia dalle sfumature kafkiane, dove opinione pubblica, giustizia e giornalismo concorrono a linciare un uomo innocente in virtù di una bugia nata dall'invidia. Un'opera che si muove tra realismo e parentesi oniriche per raccontare le ipocrisie di un'Italia che alla verità ha preferito credere all'esistenza di un mostro. Lo stesso che applaudiva fino a un attimo prima. Una riflessione sulla memoria in cui il passato è l'unica lente per leggere e capire il presente.

Movieplayer.it
5.0/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • Regia, scrittura, interpretazioni: non ci sono sbavature
  • La stratificazione narrativa
  • La scelta di un cast corale di grandi talenti
  • la lucidità dello sguardo di Marco Bellocchio
  • L'uso di generi e toni diversi amalgamati insieme
  • La riflessione su giustizia, stampa e politica

Cosa non va

  • Non c'è un solo motivo per il quale questa serie non dovrebbe essere vista