Recensione Parlez-moi de la pluie (2008)

Un film dall'impianto corale, con una regia che solo a prima vista può apparire timida e "teatrale": ma l'attenta direzione degli attori mostra in realtà una mano assolutamente, e squisitamente, cinematografica.

Pioggia rigeneratrice

Storie di amori, incomprensioni e tradimenti sullo sfondo di una sonnolenta provincia francese. La femminista Agathe, da poco entrata in politica, torna nella casa d'infanzia per aiutare sua sorella a sistemare gli affari della defunta madre. Nel frattempo Karim, figlio della domestica algerina, le propone di girare un documentario incentrato sulla sua figura di attivista, da realizzare insieme all'amico regista Michel. Michel è, tra le altre cose, anche l'amante segreto di Florence, sorella di Agathe: ma anche la vita sentimentale di quest'ultima non è tra le più rosee. Storie intrecciate che porteranno cambiamenti radicali nella vita di ognuno di questi personaggi, con modalità spesso tragicomiche, comunque imprevedibili.

Per questo suo terzo film, la regista Agnes Jaoui conferma la sinergia creativa con il co-sceneggiatore (e co-protagonista) Jean-Pierre Bacri, dirigendo un altro film corale, incentrato su un'attenta direzione degli attori e su una solida sceneggiatura. Il film ha la leggerezza di tocco e l'equilibrio tra dramma e commedia del miglior cinema francese recente: quello che sembra caratterizzarlo è in primis un'apparente timidezza registica, laddove le scelte estetiche (come l'uso estremamente parco dei movimenti di macchina) parrebbero evidenziare una volontà della regia di farsi da parte per lasciar spazio agli attori. In realtà, la mano della Jaoui si vede eccome, principalmente in un lavoro molto accurato sugli interpreti, con una direzione d'insieme che, per quanto teatrale possa sembrare l'impianto del film (e in parte lo è) è in sé squisitamente cinematografica.

Così, se la struttura d'insieme è corale, attenta a fornire un quadro che doni allo stesso tempo spessore ai singoli personaggi (e in questo viene spontaneo un parallelo con l'italiano Agata e la tempesta, di Silvio Soldini) il modo di trattare questi ultimi, unito allo sguardo tenero e un po' disincantato sulle loro vicende, rimanda al miglior cinema di Eric Rohmer, maestro "decentrato" della nouvelle vague che evidentemente non smette di esercitare la sua influenza sugli attuali registi d'oltralpe. Discepola di Rohmer originale, capace di sviluppare in modo personale (e con la sua sensibilità femminile) la lezione del maestro, la Jaoui riesce a dare l'idea di una scrittura quasi da work-in-progress, data l'abbondanza di eventi e di personaggi trattati, con una sceneggiatura che al contrario, per sua esplicita ammissione, è stata calibrata e seguita alla lettera durante le riprese. Così non ci si può stupire dell'ottima prova di tutto il cast, dagli stessi Jaoui e Bacri (che come al solito ritagliano per se stessi ruoli in cui entrano con totale naturalezza) al giovane Jamel Debbouze e soprattutto alla non professionista Mimouna Hadji, sorprendentemente credibile nel ruolo della domestica. Un'ulteriore prova dell'attenzione riservata dalla regista al lavoro con gli attori, in un cinema che fa di questi ultimi il suo elemento centrale.

Movieplayer.it

3.0/5