Gli Oasis sono una ragazza che piange cantando Wonderwall

Oasis: Don't Look Back in Anger è il massimo dello storytelling. Un lavoro gigantesco capace di esaltare il valore sacrale del perdono. Presentato a Venezia 83, al cinema dal 10 settembre.

Noel e Liam Gallagher

Sudore, lacrime, voce, cuore. Generazioni che si accavallano, latitudini diverse, e il concetto di religione applicato a un credo che non prevede odio né rancore. Un viaggio a ritroso che guarda avanti, l'unione e la celebrazione, certo, ma anche un film-concerto "viscerale" che calcando la miglior retorica riesce a emozionare, colpendo forte.

C'è un lavoro narrativo e scenografico gigantesco dietro Oasis: Don't Look Back in Anger diretto da Dylan Southern e Will Lovelance su sceneggiatura e idea del "peaky blinders" Steven Knight. Gigantesco perché da una parte coglie il senso di cosa possa rappresentare la musica di Liam e Noel Gallagher, mentre dall'altra misura il peso di un credo collettivo che ha atteso per oltre quindici anni una specie di resurrezione.

Liam e Noel Gallagher, bruciando d'ardore e di rock

I nervi a fior di pelle, le vene scoperte, una vecchia Fred Perry, i parka sdruciti, la sensazione che "gli anni migliori siano effettivamente andati a farsi fottore" ma, alla fine, che importa, dice Liam, andiamo avanti, portiamo dietro "il ricordo di ciò che siamo stati" e, aggiunge Noel, "molliamo il rancore".

Oasis
Liam e Noel Gallagher

C'è qualcosa di tribale, un pensiero da branco che si muove e canta, che vive e sogna. Il giro di violino di Whatever, l'epicità di Champagne Supernova, il ritmo di Morning Glory. I brani di una memoria lunga quasi quattro decenni. Dai mattoni rossi di Manchester alle stelle. Sempre proletari e popolari. La working class dura e pura. Sempre pronti a sparare cazzate. Andata, ritorno, e ancora andata. Bruciando d'ardore e di rock.

La connessione emotiva

Così, partendo piano, cercando la giusta misura storia dopo storia, per poi alzare il fuoco fino al pirotecnico finale, Oasis: Don't Look Back in Anger, è un film sull'accettazione, sulla consapevolezza e sulla maturità. Un film non sui fan o gli ultrà, ma sulle persone che hanno stabilito una connessione emotiva con la band.

"Abbiamo intervistato persone in Corea del Sud che non erano ancora nate negli anni Novanta, questo sottolinea l'unicità degli Oasis", spiegano i registi che, attraverso uno sforzo produttivo, hanno costruito una narrazione da grande epopea cinematografica. E se la musica non si spiega, mischiando parole, luoghi e colori, gli autori (ri)portano i Gallagher al centro dell'inquadratura per riassumere in due elettrizzanti ore tutta l'energia del trionfale Live '25.

Certo, un rapporto complicato, infuocato e per questo umano il loro, riflesso in un flusso di musica e coscienza costruito per una platea infinita: nella sceneggiatura di Steve Knight e nello slang di Liam e Noel c'è la massima esaltazione dello storytelling, ma anche la legittimazione degli artisti come luce capace di schiarire, anche solo per un attimo, il buio dei nostri tempi. Eppure, oltre la gigante, ingombrante, irrequieta figura dei Gallagher, Don't Look Back in Anger rilegge i due fratelli brontoloni e geniali attraverso i gesti, gli occhi, i silenzi. Perché se gli Oasis "vibrano nell'aria", come urla Liam dal palco di Cardiff, gli Oasis, dopotutto, sono una ragazza che piange cantando Wonderwall.

Conclusioni

Oltre il concetto di documentario, Oasis: Don't Look Back in Anger esalta il valore dello storytelling musicale. Emozioni, suggestioni, una potenza narrativa capace di colpire un pubblico trasversale. Dietro il viaggio di ritorno dei fratelli di Manchester c'è il valore della redenzione e del perdono, sfiorando concetti religiosi e lirici.

Movieplayer.it
4.5/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • Un grande lavoro di storytelling.
  • Un racconto fluido che si evolve.
  • La potenza della musica dei Gallagher.

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