Non chiamatelo documentario musicale. Filmare due fratelli che non si rivolgono la parola da quindici anni è tutta un'altra roba. Se poi parliamo dei fratelli Gallagher, beh, il livello si alza e non poco. In effetti, per i registi Will Lovelace e Dylan Southern, la creazione di Oasis: Don't Look Back in Anger doveva partire una certezza: la discrezione. "Il nostro approccio è stato quello di fare un passo indietro e diventare invisibili", racconta Southern ricordando le sei settimane di prove a porte chiuse. "Abbiamo sistemato le nostre telecamere lì dentro, ma loro non ci hanno visto né sentito. C'era un'attenzione massima alla storia emotiva in corso, perciò la loro fiducia è stata una conquista che ci siamo dovuti guadagnare un po' alla volta", spiega nel corso della nostra intervista.
Dietro le quinte di Oasis: Don't Look Back in Anger
"Non avevamo mai realizzato un film in cui i due protagonisti principali fossero fratelli che non si parlavano da quindici anni", osserva Will Lovelace, inquadrando l'eccezionalità di Oasis: Don't Look Back in Anger. "Era questo l'aspetto unico che incuriosiva tutti: la gente rimaneva sbalordita all'idea che due persone un tempo così legate potessero non trovarsi nella stessa stanza per tutto quel tempo".
L'attesa, in qualche modo, si è poi frantumata sul palco infiammato di Cardiff "Liam non aveva detto a Noel che avrebbe fatto girare il pubblico e saltare prima di Cigarettes and Alcohol", ricorda Southern. "Quando Liam lo afferra per il polso e gli solleva la mano, credo abbia colto di sorpresa lo stesso Noel. È l'immagine che il mondo ricorderà: simboleggia la riunione e, in un certo senso, è persino più importante della musica".
La lavorazione del film è partita dall'idea di Steven Knight. "Nel documentario ciò che accade davanti alla telecamera ti costringe a una riscrittura continua, e Steven è stato un catalizzatore straordinario per dare forma al tutto", racconta Southern. Lovelace aggiunge: "A volte la gente chiede a me e a Dylan come faccia a funzionare il lavoro tra noi due. Non lo so, ma in qualche modo funziona. Ecco, in questo caso eravamo in tre".
Ma a stupire i registi è stato soprattutto il pubblico. "L'età dei fan ci ha colto di sorpresa", continua Lovelace. "A Cardiff c'erano ben tre generazioni. E poi in Sud Corea ci siamo trovati davanti a un pubblico di ventenni scatenati che sapevano ogni singola parola. Per quelle due o tre ore, il concerto è stato un momento di pura evasione, e non importava che tu avessi 16 o 60 anni. La dice lunga sul potere della musica. Anche brani non necessariamente famosissimi hanno preso vita propria, creando un legame"_.
Oltre ai Gallagher, il centro gravitazionale di Oasis: Don't Look Back in Anger sono i fan. "L'età dei fan ci ha colto di sorpresa", confessa Lovelace. "A Cardiff c'erano ben tre generazioni. E poi in Sud Corea ci siamo trovati davanti a un pubblico di ventenni scatenati che sapevano ogni singola parola. Per quelle due o tre ore, il concerto è stato un momento di pura evasione, e non importava che tu avessi 16 o 60 anni. La dice lunga sul potere della musica. Anche brani non necessariamente famosissimi hanno preso vita propria, creando un legame reale".
L'intera storia converge poi verso il valore del perdono. Con una coincidenza: visitando la chiesa d'infanzia dei Gallagher a Burnage, i registi hanno ripreso un sermone di Padre Luke: "Quante volte devo perdonare mio fratello che ha peccato contro di me?". "Una coincidenza assoluta, penseranno tutti che l'abbiamo concordata ad arte", ammette Southern. "È proprio questa spinta alla riconciliazione ad aver suggerito la chiusura del film sulle note di Burt Bacharach, con What the World Needs Now Is Love". "Può sembrare sentimentale", conclude il regista, "ma guardando le persone svuotare gli stadi, semplicemente felici di essere di nuovo insieme, era l'unica scelta possibile"_.