Noi, un po' meglio: il cast racconta il film Netflix tra rapporto di coppia e genitorialità

Arriva su Netflix la commedia sentimentale diretta da Daniele Luchetti con Elio Germano e Maria Chiara Giannetta: nella nostra intervista registe e attori offrono una riflessione su silenzi, aspettative sociali e il coraggio di affrontare i conflitti.

Daniele Luchetti con Elio Germano e Maria Chiara Giannetta per Noi, un po' meglio

Nel percorso che porta una coppia a misurarsi con la scelta di adottare un bambino, le parole rischiano spesso di trasformarsi in una trappola anziché in un ponte. Avere un figlio, accoglierlo significa spesso mettere in discussione un rapporto, porlo davanti alle sue fragilità e difetti, sotto una lente impietosa e feroce che non risparmia nessun punto debole. È da questa frizione quotidiana che sembra nascere Noi, un po' meglio, Il lungometraggio di Daniele Luchetti disponibile su Netflix dal 29 ottobre, interpretata da due volti eccezionali: Elio Germano e Maria Chiara Giannetta nei panni di Simone e Lucia, una coppia che, non potendo concepire, decide di intraprendere la strada dell'adozione. Un film che esplora la genitorialità, i suoi sconvolgimenti e la convivenza affrontando una domanda cruciale: quanto conta davvero dirsi tutto?

Tra segreti e sottotesti: il rischio del troppo detto

Il confronto sul valore della sincerità si apre con un richiamo, anche piuttosto ironico, ai precedenti lavori del regista e dell'attore protagonista: "Fa ridere perché veniamo dall'altro film che invece era tutto fatto sul tema di dirsi o no la verità, e quanto, diciamo, dire la verità all'interno di una coppia sia una cosa più o meno catastrofica", scherza Elio Germano. Daniele Luchetti sposta subito l'attenzione oltre la tematica: "Io non ho la risposta perché quanto è importante dirsi tutto, la verità, comunicare, non lo so. Ti posso dire che gli attori parlano attraverso i sottotesti, che al di là delle parole c'è molto che passa tra di loro: passa attrazione, passa l'essere desiderati, l'approvazione dell'altro, la cura dell'altro, ma non c'entra niente con quello che viene detto".

A tracciare il confine è Maria Chiara Giannetta, che individua una via d'uscita dall'illusione della trasparenza totale: "Credo che ci sia sempre una bella via di mezzo in queste cose, cioè non quello che riguarda te, ma quello che sicuramente coinvolge l'altro. Quindi mantenere quella forma di, chiamiamolo mistero, dietro la propria persona e dietro delle questioni che sono tue e basta, e che non puoi rigettare addosso all'altro in qualche modo". La misura, tuttavia, resta fragile: se per l'attrice "il troppo non detto crea un baratro", il regista replica sottolineando "anche il troppo detto".

La verità è nel tono di voce

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Una scena del film

La dinamica tra Simone e Lucia vive soprattutto di ciò che accade dietro le frasi ordinarie. "La comunicazione, appunto, non viene mai dalle parole che si dicono", argomenta Germano. "Noi dentro casa comprendiamo il clima che c'è, non dalle cose che ci diciamo, ma da come le diciamo. Anche: 'Apri la finestra', 'Vuoi mangiare?' Come quando dici 'Pronto!' al telefono, già senti: 'Che c'è? È successo qualcosa?' Dal tono passa l'affetto, la paura, la preoccupazione, il calore e quindi in questo penso che consista anche la comunicazione tra gli esseri umani, non nelle parole che si dicono".

Desideri autentici o dovere sociale

Nel film i due protagonisti non si muovono allineati: Il loro desiderio attraversa tempistiche differenti così come diverge la loro idea di famiglia. Questo aspetto apre a un'indagine su quanto la scelta genitoriale sia figlia di una spinta intima o di un condizionamento culturale. "Il discorso potrebbe essere applicato a qualsiasi cosa. Al mestiere che facciamo... cosa vogliamo fare? Vogliamo diventare... cioè dov'è che prendiamo la nostra soddisfazione, no? Nel compiacere gli altri? Nell'inseguire i nostri sogni? E i nostri sogni sono davvero i nostri sogni o ce l'ha messi in testa qualcuno?", osserva Germano.

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Elio Germano e Maria Chiara Giannetta in scena

Per l'attore, la sceneggiatura allarga questo conflitto rendendolo quindi universale: "Il film non è solo dedicato a chi vuole adottare un figlio o pensa di essere genitore, ma in generale. Gli adolescenti, per esempio, sono molto in quella dinamica: cercano di diventare qualcosa o qualcuno per compiacere il proprio amico, sfidare il proprio nemico... o rispetto ai propri genitori. Penso sia una tematica misteriosa".

Un film per abbracciare lo spettatore

Definito da Maria Chiara Giannetta un lavoro "divertentissimo, prima di tutto" e "liberatorio all'interno del lavoro", il progetto rappresenta per Daniele Luchetti il tentativo di una riconciliazione con il pubblico: "Ho cercato di riprodurre la vita non così com'è, ma un po' come vorremmo che fosse. In quelle dinamiche, anche quando sono conflittuali, sono più tollerabili di come sono nella realtà, perché credo che esista anche il cinema che ti fa star bene e questo vorrei che fosse un film che fa star bene. E dopo aver fatto alcuni film che ti fanno star male..."

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Una scena di Noi, un po' meglio

Non si tratta, però, di una facile fuga: "Non solo perché c'è un finale fiducioso, ma perché questi personaggi sono un pochino migliori di me. Anche quando sono in conflitto, hanno il coraggio di essere conflittuali. Non hanno paura delle rotture, o hanno molta paura delle rotture, però sono migliori di me in tutto". Una visione riassunta infine da Germano in una singola immagine: "Un film caloroso che vuole andare ad abbracciare lo spettatore".

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