I Manetti Bros al Noir in Festival 2018: "Stan Lee ha formato la nostra etica"

I fratelli Manetti si raccontano al Noir in Festival 2018: l'influenza di Stan Lee sul loro cinema e la voglia di rilanciare il noir in Italia.

I Manetti Bros. sono approdati al Noir in Festival poche ore dopo l'annuncio del loro nuovo progetto, Diabolik. I fan del fumetto italiano fremono nella speranza che i fratelli romani riescano, con la loro inventiva, a ridar linfa vitale al cinecomic nostrano, genere che finora non ha mai attecchito. I Manetti non si sottraggono alle domande su Diabolik, anche se ammettono che è davvero troppo presto per avere un'idea chiara del progetto. Ma il motivo della loro presenza al Noir non riguarda il loro prossimo film, i Manetti sono a Como per animare un incontro dedicato a Stan Lee, mito dei fumetti scomparso il 12 novembre scorso a 95 anni. E chi meglio dei due registi, lettori voraci dei fumetti Marvel da sempre?

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"Noi siamo lettori di fumetti, non siamo studiosi" esordisce Antonio Manetti. "Ma Stan Lee ci ha formato e i nostri lavori devono moltissimo alla sua poetica. Da piccolo non riuscivo a leggere i fumetti DC perché non amavo la figura dell'eroe classico, mi piacevano gli eroi Marvel pieni di difetti. Anche i supercattivi, in realtà, erano umani quanto gli eroi, basti pensare a The Punisher. I cattivi diventano buoni alternativi che combattono nemesi diverse da loro". Marco Manetti aggiunge: "Stan Lee ha formato la mia etica, forse questo mi sminuisce come essere umano, ma 'a grandi poteri corrispondo grandi responsabilità' è un concetto che ci ha cresciuti e che continua a venirci in mente nei momenti importanti della nostra vita".

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Il fascino degli eroi difettosi

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Lettore accanito di fumetti Marvel, Marco Manetti ammette di ritenere Stan Lee il grande scrittore americano per eccellenza, capace di cambiare per sempre la letteratura mondiale e in particolare la figura dell'eroe. "Dagli eroi greci come Achille agli eroi americani come Superman non cambia molto: sono invincibili, perfetti, con un solo punto debole, il tallone d'Achille e la kriptonite di Superman. Stan Lee mescola Salinger a Omero introducendo una componente umana, debole, fallace in cui ciascuno di noi si può identificare. Superman è un supereroe che per mimetizzarsi fa finta di vederci male, di inciampare, Bruce Wayne si finge un miliardario mondano, in realtà è un uomo solitario roso dal desiderio di vendetta per la morte dei genitori. L'Uomo Ragno, invece, anche quando combatte sui tetti di Manhattan pensa che sta facendo tardi all'agognato primo appuntamento con la ragazza. Si veste da Uomo Ragno, ha i poteri, ma rimane lo studente senza soldi, sfigato, pieno di problemi".

Una foto di Stan Lee

Di fronte al messia Superman (Kal-el è un nome che ha una radice ebraica) e alla dea Wonder Woman, Stan Lee toglie gli artisti dall'iperuranio, ma lo fa prima di chiunque altro. Li radica nel tessuto urbano, a fronte delle astratte Gotham City e Metropolis arrivano gli Avengers della East Coast e della West Coast, l'Uomo Ragno vive nel Queens, i personaggi Marvel sperimentano la quotidianità delle città americane. Quella di Stan Lee è una rivoluzione democratica anche nell'arte, sceglie di dare potere ai disegnatori lasciando che siano loro a decidere dove piazzare le nuvolette che poi lui riempirà col testo. Come spiega Antonio Manetti: "Chi ha letto Marvel la pensa diversamente sull'handicap, sulla diversità del colore della pelle". Per Marco Manetti "la nostra voglia di dare libertà ai registi che produciamo viene da lì, noi diciamo loro 'Lascia fare agli attori, lascia fare agli scenografi'".

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Cinecomic, istruzioni per l'uso. Dall'America all'Italia

Diabolik Cover

Dopo l'incontro su Stan Lee è il momento di fare quattro chiacchiere coi Manetti sul loro imminente esordio nel cinecomic. In un decennio Marvel ha modificato il mercato cinematografico americano, gli incassi da capogiro dell'MCU non hanno rivali. Riuscirà il nuovo Diabolik a fare lo stesso in Italia? Per i Manetti questo aspetto è secondario: "Quando fai un film non pensi al mercato. Non sappiamo come reagirà il pubblico, siamo anche produttori quindi pensiamo anche a quello, ci sarà un grosso investimento, ma l'Italia non è l'America. Noi facciamo Diabolik perché siamo lettori. I cinecomic Marvel nascono dagli effetti speciali, in Diabolik non avrebbero senso perché è un noir, non parla di un supereroe, non è per bambini". Che Diabolik sarà, dunque? "La nostra intenzione è essere più fedeli possibile al fumetto. Ogni regista ha il dovere di essere fedele a ciò che racconta".

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Unire qualità e spettacolarità

Ammore e malavita: i Manetti Bros. sul set

Oltre a essere autori prolifici, i Manetti Bros hanno una carriera parallela come produttori che oggi si è intensificata. "Facciamo i produttori da sempre" spiega Antonio "ma da un paio d'anni con la Mompracen puntiamo a fare bel cinema, vogliamo unire qualità e spettacolarità che in Italia sembrano concetti antitetici". Al momento sono due i film in lavorazione, Tutte le mie notti e Letto numero 6. "Tutte le mie notti uscirà in primavera, è un film che abbiamo ereditato dal nostro socio produttivo che collaborava già col regista Manfredi Lucibello, si tratta di un thriller psicologico. Letto numero 6 è un pezzo di cuore nostro. Dopo Song 'e Napule lo dovevamo girare, ma il successo del film e l'insuccesso di Paura 3D ci hanno fatto capire che l'horror non è nelle nostre corde, siamo troppo solari. Così abbiamo affidato il film alla nostra aiutoregista storica Milena Cocozza, che crede ai fantasmi. Noi avremmo fatto un film di genere, lei farà un documentario".

L'ispettore Coliandro: Marco Manetti, Antonio Manetti e Giampaolo Morelli a Courmayeur 2015

In questa agenda fitta di impegni resta ancora un punto interrogativo. Con la quarta puntata si è conclusa la settima stagione de L'Ispettore Coliandro e i fan si chiedono che ne sarà del poliziotto pasticcione interpretato da Giampaolo Morelli. "Non lo sappiamo nemmeno noi" confessa Antonio Manetti "ma non abbiamo mai avuto il rinnovo pronto neanche in passato". "Ci tengo a precisare che la scelta di fare 4 episodi è stata nostra" aggiunge Marco "non è colpa della Rai che oggi non sottovaluta più Coliandro. Ma per farlo bene abbiamo capito che 4 episodi è il massimo, alla fine sono 4 film. 6 erano troppi. Coliandro ha fatto crescere noi, Giampaolo Morelli, Carlo Lucarelli. Fosse per noi continueremmo a farlo anche da vecchi".

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